Chiesa, cristianesimo e capitalismo

Cosa sia questo benedetto “capitalismo” è difficile da dire. Benedetto da tanti, come fonte di ricchezza e progresso, maledetto da tanti altri, perché portatore di ingiustizie sociali, consumismo, avidità.
Proverò così, senza grandi ambizioni, a dare uno sguardo cattolico, partendo dalla storia.
Eviteremo di parlare del mondo antico, dei fenici, dei romani, dei cartaginesi ecc., anche se è innegabile che situazioni di “precapitalismo”, ci furono anche nel mondo antico. Mi limiterò quindi a quello che è considerato in linea di massima l’origine del capitalismo: il Vecchio Mondo, l’Europa cristiana.

Sia che si sposi la dottrina di Max Weber, almeno secondo la volgarizzazione e semplificazione con cui viene spesso presentata, sia che si accetti, per esempio, quella di Rodney Stark, che invece fa risalire il capitalismo al mondo cattolico, un dato è certo: il capitalismo, vedremo poi di che tipo, nasce nella e dalla civiltà cristiana.
Basterebbe mettere un attimo la testa fuori dal Vecchio Mondo e dal Nuovo, che ne è in parte figlio, per capirlo.

Si pensi alle culture animiste nella loro versione originaria: in esse, come rilevato di continuo da missionari, viaggiatori, mercanti, si vive alla giornata; non esiste neppure l’idea del risparmio, dell’edificare non dico una casa resistente al posto di una capanna, ma anche condizioni che permettano una qualche stabilità futura.
L’attività dei missionari, in tutta la storia, mira all’evangelizzazione, ma non per caso porta sempre con sé sviluppo e progresso, istruzione e cultura del lavoro e del dovere.
Ricordo la sensazione provata durante una vacanza a santo Domingo, vedendo che i locali, una volta venduto un quadro o un oggetto a noi turisti, chiudevano il negozio e gioendo come bambini ci dicevano: “già stasera mi spendo tutto”.

Se dall’animismo passiamo alle religioni orientali, accade qualcosa di analogo: fatalismo, sistema delle caste e quant’altro, bloccano qualsiasi possibilità di capitalismo, mobilità sociale ecc… In India ancora oggi si può nascere paria, con un determinato lavoro prestabilito, bruciare i cadaveri o pulire le fogne, e lo si farà questo tutta la vita.
Cosa allora ha permesso all’Europa cristiana di partorire una cultura così diversa? Direi che i motivi sono vari: senza dubbio, come si è accennato, hanno influito anche l’eredità romana, greca ecc, ma, molto di più, la concezione cristiana.
L’idea biblica della creazione, infatti, comporta alcune conseguenze essenziali: l’uomo è libero; tutti gli uomini hanno la stessa dignità; l’uomo, essendo ad immagine e somiglianza di Dio, è chiamato a collaborare, ogni giorno, alla creazione; il lavoro è sì una maledizione (dovuta al peccato originale), ma nello stesso tempo una benedizione, un mezzo per la purificazione e la santificazione; il corpo e la materia, in quanto create e volute da Dio, sono “buoni”; il mondo è affidato all’uomo, re del creato, perché se ne sia il signore.

Non è difficile capire, poste queste premesse, perché la civiltà cristiana abbia prodotto progresso, tecnica, ricchezza, sapere, tutte cose che vanno insieme. L’Europa cristiana ha infatti generato sia il capitalismo, che la tecnica per dominare il creato: si pensi alle invenzioni già medievali degli occhiali, del camino, dell’aratro pesante ecc. Ha prodotto le scuole e le università, dove poi è nata la scienza moderna.
Un certo capitalismo, dunque, è una creazione del cristianesimo.
Soffermiamoci un po’ meglio ancora su questo fatto.
In ordine cronologico possiamo partire già dalla Roma imperiale. Gli ideali della Chiesa, scrive Christopher Dawson nel suo “La formazione della civiltà cristiana”, erano opposti a tutte le principali connotazioni della società imperiale più antica: il lusso dei ricchi, la pigrizia e la dissolutezza dei poveri e l’oppressione degli schiavi. Essa fece tutto quanto in suo potere per sostituire il dovere e l’onore del lavoro al classico disprezzo del lavoro manuale e delle ‘vili arti meccaniche’, eredità della cultura ellenistica. Arrossiamo solo per il peccato, dice san Giovanni Crisostomo, ma ci gloriamo del faticoso lavoro manuale. Siamo discepoli di Uno che fu allevato nella casa di un carpentiere, di Pietro il pescatore e Paolo il fabbricante di tende. Mediante il lavoro ci allontaniamo dai cattivi pensieri del cuore, siamo capaci di aiutare i poveri, cessiamo di bussare importunamene alla porta di altri e diamo compimento a quella parola del Signore: ‘E’ meglio dare che ricevere’”.
Questa posizione fu ripresa soprattutto dai monaci, in particolare i discepoli di san Benedetto, che nei primi secoli, oltre a valorizzare e praticare, anche quando erano di famiglia nobile, il lavoro manuale, tanto disprezzato dagli antichi, “mutarono le loro economie di sussistenza rendendole altamente produttive, e loro stessi divennero protagonisti specializzati di reti di scambio commerciale in rapida espansione” .
Poi, dopo l’epoca del caos, delle invasioni barbare, vi furono la rinascita dell’anno Mille, e la teologia di san Tommaso e dei francescani, che approfondirono la materia dell’economia. Il luogo dove questa rinascita assume caratteristiche eccezionali è l’Italia, cioè il cuore stesso del cattolicesimo.
In Italia nascono le repubbliche marinare, Pisa, Amalfi, Genova e Venezia, e con esse una nuova stirpe di mercanti, di commercianti, di avventurieri. Sempre in Italia, in particolare in Toscana, nascono le banche. “Presto -ricorda sempre Stark – le imprese italiane monopolizzarono il commercio, l’attività bancaria, e, in misura minore, il settore manifatturiero di tutta l’Europa occidentale. La potenza commerciale italiana, al suo apice tra la fine del XIII secolo e il XIV secolo, si stendeva fino all’Inghilterra, alla Russia meridionale, alle oasi del Sahara, all’India e alla Cina. Si trattava del maggior impegno economico che il mondo avesse mai conosciuto” (p. 169-170). L’Italia di questi secoli è la patria della cattolicità, dunque, ma anche quella dei mercanti, degli artigiani, delle monete più diffuse (dal fiorino allo zecchino d’oro), delle scuole contabili più avanzate del mondo….
Basterebbero questi pochi dati, insieme a qualche figura, da Marco Polo sino a Cristoforo Colombo, per annullare qualsiasi slogan secondo cui il capitalismo sarebbe nato dall’etica calvinista. Il calvinismo, semmai, come vedremo, ha contribuito ad avvelenare il capitalismo.
Ma come avviene tutta questa esplosione di attività, di conoscenza, di ricchezza? Per capirlo possiamo leggere due autori italiani di questo periodo. Da una parte Dante, che critica la “gente nova e i subiti guadagni”, cioè la smania di arricchirsi dei mercanti; dall’altra Boccaccio, l’uomo che vivrà poi con passione il ritorno alla fede, ma che nel Decamerone, opera eminentemente “laica”, si esalta dinnanzi non solo all’abilità dei mercanti e dei banchieri, ma anche di fronte alla loro mancanza di scrupoli e ai loro inganni.
Dante non è un immobilista, fuori del mondo, con la testa nei suoi regni ultraterreni. Al contrario è un uomo che vive la vita terrena, anche quella politica ed economica, con partecipazione. La vita terrena non è per lui l’unica realtà, ma è pur sempre la realtà che ci è data per meritarne e guadagnarne un’altra.

In Dante quindi, possiamo rintracciare un’altra parte della visione cattolica, che deriva dal Vangelo: libertà, individualità, dominio della natura ecc., sì, senza mai dimenticare che la Terra non è il Paradiso, che all’uomo nulla giova “guadagnare il mondo intero”, se perde l’anima.
Ciò significa che nel cristianesimo c’è dell’altro, rispetto a quanto detto sino ad ora: c’è spazio per la vita contemplativa, oltre che per la vita attiva; c’è spazio per la Provvidenza, per cui al fedele è chiesto di pregare “per il pane quotidiano”, ma anche di guardare i gigli del campo, e gli uccelli del cielo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro…”(Matteo, 6, 24-34).
Nel Vangelo – accanto al “chiunque non lavora neppure mangi” di san Paolo (2 Tess.3,10) e accanto al “Chiunque lavora è meritevole della sua mercede” (Matteo 10, 10) -, c’è anche il “guai a voi ricchi”; c’è la parabola dell’avido che muore prima di godersi tutto ciò che ha accumulato; c’è la celebre proposizione per cui “è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli”.
Nell’interpretazione autentica della Chiesa queste immagini evangeliche non hanno portato al pauperismo, ma certo hanno determinato una attenzione molto forte al rischio insito nella libertà e nell’intraprendenza cristiana: la possibilità appunto di scambiare le creature per il Creatore, le ricchezze, che possono essere mezzo buono, per il fine. La Chiesa non ha mai condannato la ricchezza in sé, ma l’avidità, l’attaccamento disordinato ai beni terreni, l’egoismo.
Con quali effetti? La condanna dell’usura e nello stesso tempo anche la creazione dei monti di pietà e dei monti dei pegni ; l’attenzione, doverosa, al povero ed al malato, incapace di guadagno, visti entrambi come alter Christus; l’obbligo del digiuno, per imparare il distacco del cuore, e dell’elemosina, per far fruttare nel bene ogni ricchezza.
Ecco, di qui, la faccia per me esaltante del capitalismo italiano: ricchezza, ma anche tanta arte, tanta come mai nessuna forma di capitalismo ne ha prodotta; libertà di impresa, ma anche corporazioni, che tutelavano lavoratori, consumatori, regolando orari di lavoro, impedendo una concorrenza sleale, persino vietando la pubblicità… Poi, specie nell’Ottocento, per far fronte alla rivoluzione industriale, le cooperative, le casse rurali, le scuole professionali, le case per prostitute e disadattati…

Il cristianesimo, come ricordava Max Scheler, esalta il lavoro, ma ricorda che il lavoro è in funzione dell’uomo, e non viceversa. Inoltre condanna la ricerca del guadagno fine a se stesso e l’accumulazione illimitata, ricordando sempre all’uomo che ha anche una natura spirituale; che vive non una vita individualistica, ma calato in una dimensione comunitaria, accanto ai suoi fratelli; che vi è un regno dei cieli ad attenderlo, perché la vita terrena non dura in eterno.
L’effetto di questo “capitalismo cattolico” sono personaggi, magari senza scrupoli e furbi come il Ser Ciappelleto di Boccaccio, ma anche come Folco Portinari, il ricco mercante che incalzato dalla domestica Monna Tessa, per la salvezza della sua anima dona i soldi necessari a costruire l’ospedale di santa Maria Nuova, in Firenze.
Fermiamoci un attimo su questi ricchi mercanti: molti di loro, nell’euforia del guadagno e dei soldi, perdono di vista il fine ultimo, cristianamente parlando, della loro esistenza. Ma c’è una intera società che glielo ricorda. Così alcuni fanno grandi donazioni, per opere di bene; altri, come Pietro Bernardone, resistono in faccia all’amore per la povertà del figlio Francesco; altri, come il citato Portinari, o come Francesco Datini, creatore dell’Ospedale degli Innocenti, opera allora unica in Europa, dedicano parte delle loro ricchezze agli altri, orfani, poveri, malati e bisognosi. Se si osserva la storia di questi secoli, queste figure sono veramente numerose e convivono, non a caso, con i fondatori di scuole, di ospedali, di luoghi di carità.
Non mancano, poi, coloro che vivono con senso di colpa l’aver accumulato per tutta la vita, e non riuscendo a staccarsi dalle loro ricchezze, le donano però, per testamento, ai poveri: pauperes Christi eredes nostros instituimus. I mercanti dell’Inghilterra anglicana, o del mondo protestante, raramente faranno qualcosa di simile.
Non è finita: pensiamo alle corporazioni ed alle confraternite, anch’esse contemporanee alla nascita del capitalismo italiano. Entrambe univano, alla dimensione individuale, quella comunitaria. Entrambe prevedevano il mutuo soccorso e un tempo dedicato alla carità e all’elemosina. Nelle Confraternite, in cui si medita sulla vita eterna, la morte, la Passione di Cristo, persone di ogni classe sociale, ricchi e poveri, nobili e plebei, si trovano, insieme, gomito a gomito, per dedicarsi agli altri.
Intanto nelle ricche città del Nord Italia, i governi impongono leggi suntuarie: lo sfoggio delle ricchezze non è produttivo, ma non è neppure morale.
Cosa cambia, allora, nel tempo? Cosa rovina questo quadro, che non sarà paradisiaco, perché pur sempre terreno, ma in cui le luci, anche oggi visibili nell’arte e in ciò che resta delle antiche istituzioni di carità, sono veramente tante?
Anzitutto c’è una spiegazione umana: le ricchezze, che in sé sono buone, danno facilmente alla testa e l’uomo, specie quello terreno, poco spirituale, facilmente finisce per divenirne non padrone, ma servitore.
Ci sono poi motivazioni religiose e storiche.
Qui entrano in gioco anzitutto certo Rinascimento, con la sua condanna della vita contemplativa, che prelude a certo iper-attivismo successivo; in secondo luogo calvinismo, protestantesimo e secolarizzazione. Il calvinismo, come si sa, trasforma le ricchezze, il benessere generato dal lavoro in un segno di benedizione (di conseguenza il povero è colui che è in qualche modo fuori dalla benevolenza di Dio). Il protestantesimo, in generale, dichiara l’inefficacia e l’inutilità delle opere buone, anche quelle più o meno riparatorie di un Portinari o di un Datini; inoltre promuove una visione individualistica del rapporto con Dio, che si traduce, come è ovvio, nell’individualismo tout court. Nello stesso tempo elimina il sacerdozio e la Chiesa, segno tangibile ed evidente del soprannaturale nel mondo, del nostro essere fatti per l’eternità, ma anche della dimensione anche comunitaria, ecclesiale, della Fede. L’ “ora et labora” benedettino, si rovescia, prima nel “labora et ora”, poi soltanto nel “labora”.
Di qui il tempo sottratto sempre più alla preghiera, al culto, ma anche alla famiglia, al tempo del pranzo e delle feste. Di qui -come notavano un filosofo come Scheler, attento osservatore del mondo tedesco, ed uno storico come Leo Moulin- una scarsa sensibilità, tipicamente nordico-protestante, per le “gioie più nobili della vita, per le soffuse forme di godimento che animano la famiglia, la casa, l’amicizia, per la ricreazione e per il riposo, ricchi di significato”.
Tra le conseguenze inevitabili di questo nuovo spirito, c’è questa: il povero diviene una minaccia, un nemico dell’ordine. Non è un caso che l’Europa cattolica del XVII secolo- disprezzata dai protestanti come “festaiola” e “mondana”, e, nello stesso tempo, come “superstiziosa” e “credulona”- veda la nascita di ordini dediti a scuole, orfani ed ospedali, mentre al nord sorgono come funghi le workhouses, le case di lavoro, dove vengono rinchiusi bambini, orfani, vecchi, malati, persone improduttive, costrette a terribili lavori forzati. Siamo all’anteprima dello sfruttamento minorile che nell’ “anglicana” Inghilterra conoscerà livelli inauditi, grazie alla dottrina liberale (la prima legge importante che in Gran Bretagna eleva l’età minima per l’impiego nelle fabbriche a 10 anni è del 1878).
C’è da fare un’ulteriore considerazione: il protestantesimo, così come l’anglicanesimo, subordina la Chiesa al potere statale (generando così, nel breve periodo, solitamente, una forte secolarizzazione). Lo Stato, a sua volta, agisce pro domo sua. Anche qui non è un caso che il colonialismo più duro sia quello degli stati protestanti, Inghilterra e Olanda, in cui compaiono Compagnie commerciali che hanno potere di fare guerre, che gestiscono eserciti, che trafficano schiavi. Un colonialismo, quello inglese, ad esempio in India, che Edmund Burke (1729-1797) descriveva così: “Noi non abbiamo alcun tipo di pregiudizio compensativo, di quelli grazie ai quali una fondazione di carità compensa nel tempo i poveri per la rapina e l’ingiustizia di un giorno. L’Inghilterra non ha eretto chiese, né ospedali, né palazzi, né scuole; l’Inghilterra non ha costruito ponti, non ha fatto strade…Ogni conquistatore di qualsiasi altro genere ha lasciato dietro di sé qualche monumento, di Stato o di beneficenza. Fossimo scacciati oggi dall’India non resterebbe nulla per dire che è stata posseduta, durante l’inglorioso periodo del nostro dominio, da qualcosa di meglio di un orangutang o di una tigre”.
Andiamo brevemente alle origini del capitalismo anglosassone, destinato ad una supremazia secolare. All’origine vi è Enrico VIII, la confisca delle terre comuni e delle terre della Chiesa, su cui spesso vivevano molti poveri. Il sovrano requisisce tutto, vende e regala a nobili e ricchi, creando così, a sostegno del suo scisma, il primo embrione del capitalismo inglese. Anche monasteri ed ospedali, uniche forme di Welfare, vengono confiscati. Roy Porter, storico della medicina, ricorda che l’Inghilterra rimane due secoli indietro rispetto all’Italia nel campo dell’assistenza ai malati e delle strutture di accoglienza.
Nel contempo, in quella che sarà la patria della rivoluzione industriale, la mannaia cala sui marginali: decine di migliaia di vagabondi vengono decapitati e leggi ogni giorno più draconiane vengono poste a tutela della proprietà privata, sempre più accumulata nelle mani di pochi, e per questo sempre più minacciata. Basti dire che tra il 1560 ed il 1601 i mendicanti inviati nella prigione londinese di Bridewell si decuplicano. Intanto le corporazioni vengono smantellate del tutto, ed anche le festività religiose, i giorni liberi dal lavoro, si riducono drasticamente, per fare spazio agli affari.
Sarà Elisabetta I, compiendo un altro passo in avanti nella degenerazione del capitalismo, nella creazione di quell’odioso spirito borghese che inquina tutto ciò che lambisce, a stabilire un patto d’acciaio tra la Corona, Francis Drake e suo cugino John Hawkins, pirati e commercianti di schiavi (tanto che lo stemma del secondo rappresentava un nero in catene): entrambi, costoro, ricchi oltre misura e perciò degni di essere accolti tra la nobiltà. Prende corpo sempre più il motto Business is business, non a caso in inglese, evidente in tutta la sua mostruosità, per fare un solo esempio, nel triangolo commerciale degli schiavi, soprattutto anglosassone, e nelle guerre dell’oppio.
Inevitabile, alla luce di questi fatti, concordare con Ettore Gotti Tedeschi e Rino Cammilleri che nel loro Denaro e paradiso. I cattolici e l’economia globale, dimostrano che il protestantesimo non ha creato il capitalismo, come vorrebbe qualcuno, ma le sue più evidenti degenerazioni: affarismo, legge del più forte, laissez faire…
Contro cui si sarebbe scagliato, ancora nel 1931, per fare un solo esempio, Pio XI nella sua enciclica Quadragesimo Anno: “Ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza, dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in coloro che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni, dominano il credito e padroneggiano i prestiti; per cui sono in qualche modo i distributori del sangue stesso di cui vive l’organismo economico…Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra, non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del danaro”.
Se così stanno le cose non è ora difficile scorgere il formarsi, per opposizione al capitalismo materialista e senza limiti dei liberisti, il materialismo, anch’esso ateo, dei socialisti.
Marx scrisse molto osservando la sua patria, la Germania protestante e secolarizzata, e l’ Inghilterra, zeppa di ingiustizie sociali, di alcolismo, di disperazione, oltre che di ricchezze mirabolanti e di ascese incredibili. Zeppa di libertà, si dice spesso, ma per chi poteva permettersele, non per gli altri, né per i lavoratori, né per le donne ed i bambini impiegati nelle fabbriche, né per i cattolici, né per gli irlandesi…
Cosa fece Marx, l’uomo secondo cui “l’accumulatore di tesori, dal momento che il suo ascetismo è congiunto con la sua energica laboriosità, è essenzialmente di religione protestante e, specialmente, puritano”? Riprese il primato dell’economia, in parte già formulato da Kant, teorizzatore di un mondo guidato da mercanti e banchieri, e sostenne che essa è la struttura della realtà. Giocava dunque sullo stesso terreno dei suoi avversari, incapace di proporre una visione globale dell’umano. Anche questa volta non è un caso che il comunismo sovietico, applicazione più o meno fedele del marxismo ateo, secondo cui il lavoro “è il creatore di ogni progresso e di ogni cultura”, è stato solo questo: capitalismo di stato, corsa allo sviluppo selvaggio, abrogazione dei sindacati, stakanovismo, industrializzazione accelerata e campi di concentramento (gulag). “Il lavoro rende liberi” ricordiamolo, era il motto non solo dei lager nazional-socialisti, della Gemania protestante e industrializzata, ma anche dei luoghi di reclusione sovietici, come lo è oggi dei laogai cinesi.
Ridotto a creatura che lotta per il suo personale benessere, che poi, indirettamente, gioverà anche agli altri, dai liberisti, l’uomo comunista non conosce alcuna nobilitazione dal momento che viene definito come sola materia, come homo oeconomicus, e la sua redenzione viene fatta derivare da un cambiamento della struttura economica soltanto.
Anche in questo il comunismo non è morto, ci ha lasciato, esattamente come il capitalismo borghese, l’idea che per cambiare la realtà occorra cambiare non il cuore dell’uomo, ma il suo portafoglio (chi lo vuole più grosso e chi lo vuole “in comune”).
A questo si oppone lo spirito cattolico, che dà al lavoro ed al capitale il loro giusto peso. Uno spirito presente, ancora, seppure sempre meno, nel popolo forse più segnato dal cattolicesimo, quello italiano: un popolo di persone con i più alti tassi di risparmio del mondo; con regioni come il Veneto e la Lombardia, già all’avanguardia nel Medioevo, ancora tra le più ricche del globo; un popolo che ha i più alti tassi al mondo di casa di proprietà…ma anche un popolo che ama ancora l’arte, la bellezza, le feste; che ha dato sino ad oggi alla famiglia, al volontariato, alla fede uno spazio irrinunciabile.
Lettura:
 La storia di due mercanti del Medioevo
Mercanti medievali…gente di avventura, di rischio, di coraggio; che viaggiava e investiva del suo… Gente, soprattutto, che non di rado veniva richiamata, dalla Chiesa, dalla parola evangelica, dalla propria fede, al vero significato della ricchezza e del guadagno. Gente che viveva sapendo che Dio esiste, e che alla fine ci chiederà conto. Mi riferisco al celeberrimo Francesco Datini e al meno famoso Marco Carelli. Al primo sono dedicati due ottimi lavori, “Ragionar tra mercanti” di Paolo Nanni e “Padre mio dolce. Lettere di religiosi a Francesco Datini”, a cura di Simona Brambilla.
Questi studi ci parlano di un ricco e capace mercante pratese, rimasto orfano dei genitori durante la peste nera del 1348, che costruì “un solido sistema di aziende che, oltre alle sedi di Avignone, Prato e Firenze, si estende nel tempo a Pisa, Genova, Barcellona, Valenza e Maiorca”. Molto ricco, dunque, e molto abile, il Datini era anche un uomo di fede che sapeva dedicarsi, oltre che alle attività redditizie, anche all’arte, alla preghiera, all’elemosina, che “copre la moltitudine dei peccati”.
Il suo epistolario contiene le lettere di 220 religiosi che si rivolgono a lui in mille circostanze, per sollecitarne l’aiuto: chi ha bisogno di soldi, chi chiede per un bisognoso, chi desidera mattoni, stoffe, cibo, olio per le lampade… A queste richieste il Datini risponde, spesso con generosità; in più si rivolge a pittori ed artisti per opere destinate ad abbellire il proprio palazzo, ma anche le chiese e i conventi della città. Tutto ciò non come gli evergeti del passato, per ambizione, per l’ onore, per divenire il benefattore, osannato, della città. In lui vi è un autentico spirito religioso, per cui se alcune donazioni divengono pubbliche, altre rispondono al motto evangelico: “non sappia la tua destra ciò che fa la tua sinistra”. Datini è ormai anziano, siamo nell’agosto 1399, quando partecipa ad una delle peregrinazioni dei Bianchi, da Firenze, passando per Arezzo, fino a Fiesole. I Bianchi sono pellegrini “tutti vestiti di bianco, e scalzi” che fanno penitenza per i propri peccati, fanno pace con i nemici e restituiscono i guadagni illeciti. Pochi anni dopo, nel 1410, nel suo testamento, redatto in presenza di cinque frati francescani da lui stimati, Datini lascia tutti i suoi beni a conventi, ai poveri, per i quali istituisce il “Ceppo Nuovo dei poveri”, e a varie istituzioni ospedaliere. Proprio da 1000 fiorini da lui donati allo Spedale di santa Maria Nuova per costruire un ricovero per “gettatelli”, nascerà il celeberrimo Spedale degli Innocenti di Firenze.
L’altra figura cui accennavo è quella del mercante Marco Carelli. La sua storia è ricostruita nel bellissimo libro di Martina Saltamacchia, “Costruire cattedrali. Il popolo del Duomo di Milano”. Si tratta di una preziosissima ricerca d’archivio in cui si dimostra la storia della fede del popolo milanese, che con le sue donazioni e i suoi sacrifici fu il principale finanziatore della cattedrale della città. La vicenda del Carelli è ancora più edificante di quella del Datini. Infatti il mercante milanese è un uomo d’ingegno che in breve tempo, esportando lana, importando allume, commerciando spezie, facendo investimenti terrieri e finanziari, raccoglie una ricchezza immensa. Ebbene quest’uomo che con i confratelli della Scuola dei milanesi si è dedicato anche all’assistenza dei poveri, ancora in vita, un giorno decide, seduta stante, di donare tutti i suoi beni per la costruzione della cattedrale, richiedendo “di concedergli solo un frugale vitto e una stanzetta presso il cantiere da allora al giorno della morte”. “E così alla fine di una vita ricca di avventure e alterne fortune, dopo aver avviato una fiorente attività commerciale e aver costituito pressoché dal nulla un solido patrimonio di case e terreni, il ricco mercante si spogliò di tutto quanto possedeva”, e visse gli ultimi anni della vita, sino alla morte nel 1394, in vera povertà.
Così si sapeva fare, un tempo, quando bisognava salvare l’anima, quando i Mazzarò di Verga erano rari, perché più chiara era l’idea di ciò che siamo sulla terra a fare: salvare l’anima (e il corpo).

L’Inquisizione: storia di un falso ideologico

Alcune considerazioni sull’Inquisizione, su questo tribunale il cui nome evoca, per molti, le pene più terribili, le torture più atroci, i secoli più bui della storia.

Per secoli si sono raccontate favole degne dei più terribili romanzi gotici e horror, sia per futili motivi commerciali, come nel caso delle enormi fantasie di un Dan Brown, sia per motivi ideologici.

Al centro soprattutto l’Inquisizione spagnola, la più famigerata e la più calunniata. Hanno iniziato gli inglesi, decisissimi a vincere la loro guerra sui mari, contro gli spagnoli, non solo con la pirateria, ma anche culturalmente, presentando i loro avversari, spagnoli, appunto, e cattolici, come personaggi crudeli, fanatici, mostruosi.

Hanno proseguito, lavorando di immaginazione, i protestanti olandesi e i francesi, in lotta con la Spagna, e gli illuministi come Voltaire, teorizzatore del razzismo e azionista di compagnie di schiavi, ma nel tempo libero teorico della “tolleranza religiosa” e accusatore implacabile della Chiesa; sino a uomini come Antonio Llorente, lo spagnolo a cui Napoleone, che aveva invaso il suo paese, affidò il compito di sopprimere gli Ordini religiosi, di amministrarne i beni, e di scrivere la storia dell’Inquisizione spagnola, per legittimare gli espropri e il titolo di “Liberatore” che Napoleone stesso si attribuiva.

Llorente, tanto per comprendere la sua acribia di storico rigoroso, pensò bene di bruciare “tutti gli atti dei casi criminali che gli passarono per le mani”, per poter così nutrire di fantasia e di calunnie le vicende dell’Inquisizione, nel suo “Storia critica dell’Inquisizione in Spagna” in quattro volumi cui fecero capo i successivi denigratori di quell’istituzione1.

La “leggenda nera” è stata successivamente coltivata da storici e agitatori di tendenza marxista e comunista, decisissimi anch’essi a vincere sul piano politico lo scontro contro la Chiesa, in nome dell’ateismo e del materialismo.

Occorre infatti ricordare, solo a titolo d’esempio, quello che raccontava Karl Marx ai suoi attoniti e creduloni ascoltatori, nel 1874 a Londra, allorché ad un congresso di lavoratori di lingua tedesca tentò di rivalutare le antiche calunnie rivolte dai romani ai primi martiri cristiani, accusati di praticare il cannibalismo, di uccidere bambini e di partecipare ad orge immonde. “Daumer dimostra– esordì Marx, riferendosi ad un autore che avrebbe ritrattato le sue affermazioni per divenire cristiano-, che i cristiani massacrarono veramente esseri umani, mangiarono e bevvero carne e sangue umano durante la Comunione. Questo spiega perché i romani, che tolleravano tutte le sette religiose, perseguitarono i cristiani”.

Una simile scoperta, continuò Marx, sicuro del trionfo a breve termine del comunismo, “ci dà la certezza che la vecchia società sta finendo e che la struttura dell’inganno e del pregiudizio sta crollando2.

oggi la ricerca storica, meno influenzata dal potere e dalle ideologie totalitarie, tutte intente a giustificare se stesse demonizzando e manipolando il passato, ha trasformato l’immagine tradizionale, romanzesca, di quel famoso tribunale, nato nel medioevo per contrastare l’eresia catara.

Oggi si ritiene per lo più che un’eresia sia semplicemente un modo diverso di pensare, e perciò stesso sia di per sé legittima. Il pensiero liberale sostiene che ogni idea può essere professata, anche la più turpe, l’importante è che non venga attuata concretamente, perché in tal caso sarebbe perseguibile. Così oggi in Olanda è legale un partito che rivendica la liceità della pedofilia: l’importante è che i suoi membri non vengano colti a compiere atti pedofili. Un medievale avrebbe detto che sostenere culturalmente la pedofilia è invece già di per sé un reato, perché serve a diffonderla e a legittimarla. Avrebbe sostenuto che le idee di Marx, di Lenin, di Stalin e di Hitler, erano perseguibili anche se nessuno di loro fosse andato al potere, perché seminavano odio e discordia.

Fatto sta che l’Inquisizione nacque per contrastare un’idea cattiva, disgregatrice, un’eresia, quella gnostico-catara, che si fondava sul dualismo dio buono-dio cattivo, anima-corpo. Per i catari la creazione era opera di un dio cattivo, per cui andava contrastata in ogni modo, insieme ai corpi, visti come prigione dell’anima: di qui la pratica dell’infanticidio, del suicidio rituale, il disprezzo del lavoro, della vita attiva, del matrimonio, della donna, intesa come colei che procrea e che porta alla vita nuovi corpi… Scrive lo storico del medioevo Franco Cardini: “Il catarismo condannava senza remissione proprio quel che il cristianesimo considerava di più santo nel matrimonio e nella famiglia. Per quanto i ‘perfetti’ si astenessero da tutti i contatti carnali, conseguenza del loro insegnamento era che qualunque rapporto sessuale (dall’amore extraconiugale volontariamente sterile all’omosessualità) fosse comunque meno colpevole dell’atto generativo. Lo stesso comportamento vizioso era meno colpevole del generare figli e le donne, che si fossero scoperte incinte, avrebbero dovuto abortire piuttosto che perpetuare la schiavitù dello spirito in un nuovo corpo umano”1.

I catari arrivavano sovente a manifestazioni violente delle loro credenze, ad organizzare vere e proprie bande di fanatici intenti a bruciare case, conventi, a torturare religiosi e a scatenare conflitti civili sanguinosi. “Civilibus bellis, scriveva Abelardo, ecclesiam inquietare non cessant”. I primi ad allarmarsi di fronte a questo stato di cose, a questa eresia così nichilista e destabilizzante, per le sue conseguenze sociali e politiche, furono i principi laici, dai re di Francia Luigi VII e Filippo Augusto, all’imperatore Federico Barbarossa, allo scomunicato Enrico II Plantageneto, che fu tra i persecutori più severi dell’eresia. Il potere laico, statale, rispondeva spesso sommariamente, uccidendo indiscriminatamente gli eretici, considerati disturbatori dell’ordine pubblico, senza molte distinzioni, e chiedendo talora l’alleanza della Chiesa nella lotta contro l’eresia. Non bisogna infatti dimenticare che la causa dell’unità religiosa coincideva, a quei tempi, con quella dell’unità dello Stato. Anche la gente tendeva talvolta a farsi sommariamente giustizia da sé. Per questo nacque nel 1184 la Santa Inquisizione, un tribunale che voleva indagare scrupolosamente sull’eresia, senza generalizzazioni pericolose, e con l’intento di riportare alla ragione, e quando possibile al perdono, gli eretici2.

La lotta dell’Inquisizione contro le idee dei catari, che finiva talora con l’affidamento degli impenitenti al braccio secolare, fu, come ha dichiarato il noto storico anticlericale Henry Lea, la causa “della civiltà e del progresso”, nonostante, come in ogni istituzione umana, vi siano stati certamente errori, ingiustizie e crudeltà. Per meglio comprendere la forza eversiva dei catari, pensiamo per un attimo a quale impatto devastante hanno e potrebbero avere, se vantassero un maggior numero di adepti, quelle sette contemporanee che vanno sotto il nome di “Rientro dolce”, associazione radicale italiana, “Zero People Growth”, il “Movimento per l’estinzione volontaria dell’umanità” (Vhemt) e la “Chiesa dell’eutanasia”. Si tratta di organizzazioni che, esattamente come i catari medievali, definiscono ogni nuova nascita, ogni figlio che viene al mondo, una disgrazia imperdonabile, e si battono per scoraggiare la procreazione ed il matrimonio, al fine di non appesantire la Madre Terra, detta Gaia, di altri esseri umani, considerati dei “virus”, dei “parassiti”, dei “cancri del pianeta”. La “Chiesa dell’eutanasia”, per esempio, propone ai suoi adepti di ristabilire l’equilibrio tra l’umanità e la natura attraverso “suicidio, aborto programmatico, sodomia come forma di rapporto sessuale sicura rispetto al rischio di procreazione”. Sul sito dell’associazione è possibile scaricare un manuale con tutte le tecniche per suicidarsi, ed anche le immagini di zelanti adepti che portano a spasso cartelloni con scritte inneggianti al suicidio e all’eccidio: “ Save the planet, kill yourself”; “Gas the humans”; “Human extinction while we still can”.

Difesa “della civiltà e del progresso” può dirsi anche ciò che il tribunale dell’Inquisizione fece per impedire il successo e la diffusione di vari movimenti guidati da fanatici millenaristi che predicavano la fine del mondo, l’avvento dell’Anticristo, la salvezza solo per i propri adepti e che, spesso, guidavano violente ribellioni al potere politico e religioso, sentendosi in ciò legittimati da una qualche elezione divina, autonominandosi “angeli sterminatori” e dando vita a congiure, saccheggi e violenze. Un esempio interessante è quello degli Apostolici fondati nel 1260 da Gherardo Segarelli e guidati in seguito da fra Dolcino. Costoro predicavano la necessità di una rinascita spirituale, di un ritorno alla povertà della Chiesa delle origini, ma in nome di ciò rifiutavano qualsiasi gerarchia, religiosa o politica, rifiutavano il lavoro, le tasse, i giuramenti, su cui si reggeva buona parte della società feudale, e vivevano di carità, vagabondando di città in città, senza regola alcuna. Predicavano il contatto personale con Dio, la distruzione della Chiesa, definita la prostituta dell’Apocalisse, di cui dovevano però ereditare le prerogative, la possibilità della comunione dei beni e la condanna della proprietà privata, la sodomia e il libertinaggio sessuale. Gli Apostolici -raccontano gli storici, molti dei quali, di tendenze anarchiche o marxiste, piuttosto affascinati-, giacevano nel letto con donne nude, per verificare se erano in grado o meno di mantenersi casti, ma nello stesso tempo sostenevano di poter coniugare la libertà del loro spirito con una assoluta licenza carnale. Accanto alla comunione di beni, nelle loro comuni, si praticava la comunione di donne e la distruzione dell’ordine non solo religioso ma anche sociale e politico. Ritenevano, gli Apostolici, di poter sciogliere i matrimoni, e proclamavano che nessuno poteva uscire dalla loro setta senza incorrere in peccato mortale. Braccati dalle autorità, che non potevano non vedere in questi fanatici un attentato alla vita civile, i seguaci di Dolcino rispondevano con rappresaglie, catturavano prigionieri, praticavano, non solo per difendersi, la guerriglia, convinti che di lì a poco vi sarebbe stato l’avvento di un nuovo potere, il loro, che avrebbe fatto tabula rasa del vecchio mondo, per dar vita al loro trionfo terreno, alla costruzione della nuova Gerusalemme3.

Per propagare le sue tesi Dolcino inviava periodicamente delle lettere contenenti delle profezie millenariste sul futuro assetto dell’Impero, della Chiesa e dei vari poteri, promettendo a tutti morte e distruzione, in attesa dell’Anticristo, e assicurando che poi lui, Dolcino stesso, sarebbe divenuto il “papa santo” istruito direttamente da Dio. Inutile dire che le sue profezie, a partire da quella per cui Federico d’Aragona di Sicilia sarebbe divenuto imperatore e co-esecutore dell’ira divina, eliminando con la morte papa, cardinali e clero cattolico tutto, si rivelavano sempre inesatte, ed erano seguite da ritrattazioni e da nuove profezie, cui Dolcino stesso sembrava credere. Molto simile all’eresia dolciniana, a cui in verità si mescolavano motivi economici e politici (da qui l’appoggio strumentale al movimento di nobili ghibellini come Matteo Visconti), fu il movimento degli anabattisti di Muenster, cui Friedrich Reck Malleczewen, un perseguitato dai nazisti, dedicò un interessantissimo studio, “Il re degli anabattisti. Storia di una rivoluzione moderna”. A Muenster, nel 1534, “una intera città si chiude al mondo esterno per ben diciotto mesi, elegge re di Sion un sarto, straniero e losco, non soltanto a furor di popolo, ma con l’attivo consenso di artigiani, di notabili, di patrizi…; questo re, sempre con il consenso di grandi e di umili, rovescia tutti i principi tradizionali, lacera tutti i legami civici del Medioevo, mentre gentildonne si precipitano nel suo harem; fatti, questi, che accadono dietro un velo di vapori sanguigni, di cupidigia sfrenata e di una leggenda biblica fraintesa”. I protagonisti sono sedicenti profeti anabattisti che predicano l’instaurazione del Regno di Dio, lanciano maledizioni e profezie, dichiarano di guarire miracolosamente i malati e di avere visioni da cui verrebbero guidati: qualcuno li segue, qualcuno fugge, qualcuno si getta ai loro piedi, molti poveri vedono la possibilità di riscattarsi. Da altri luoghi giungono vagabondi, delinquenti, fanatici, decisi a fare della città il loro quartier generale. “Si devastano le chiese, con i paramenti liturgici vengono addobbate le meretrici, si bruciano gli antichi documenti dei monasteri”: biblioteche, documenti notarili, statue, pale d’altare e vetrate vengono distrutti dalla furia iconoclasta.

A Pasqua, profetizzano i profeti anabattisti, ci sarà il giudizio universale, e solo Muenster sarà risparmiata. I capi della città vietano alcool e tabacco, impongono leggi draconiane e assurdità indicibili; obbligano a consumare i pasti in comune, bruciano tutti i libri tranne la Bibbia, a cui, in nome del libero esame, si fa dire ciò che si vuole: la liceità della poligamia; la possibilità per gli uomini di mettere incinte le donne, una dopo l’altra; la pena di morte per le donne che non obbediscono ai mariti… I profeti hanno i loro harem, mentre in piazza il boia lavora a ritmo continuo. Gente viene e gente scappa. Alla fine, dopo che alla città è stato proposto il perdono, se si arrenderà, inutilmente, i signori dei territori confinanti, il vescovo, cattolici e protestanti insieme, organizzano un assedio, che finirà nel sangue.

Qualcosa di simile alle antiche eresie, chiosa Rino Cammilleri, avviene ancor oggi con “i suicidi di massa della setta californiana detta ‘di internet’, quella della Guyana del ‘reverendo’ Jones, quella svizzero canadese del Tempio Solare e gli omicidi rituali di certe sette sataniche”1. Mentre per trovare un’altra analogia con lo spirito millenaristico delle profezie ereticali, si può pensare alle dottrine della New Age, sulle età del mondo, o alle profezie degli avventisti e dei testimoni di Geova, che per anni hanno indicato a tutti le presunte date della fine del mondo.

Tali eresie, medievali, moderne e contemporanee, non possono non richiamare alla memoria anche le attese messianiche, millenariste, presenti in Germania all’epoca di Hitler, i vari profeti che percorrevano il paese predicando il nudismo, il ritorno alla natura, la licenza sessuale, la fine del mondo, e il fanatismo di molti che videro in Hitler un messia terreno che avrebbe portato finalmente la felicità nel paese. “List, Hartmann, i membri delle miriadi di società più o meno segrete a sfondo mistico-politico, racconta Pierluigi Tombetti, che proliferavano in Germania e Austria alla fine del XIX secolo, tutti costoro si servivano specialmente di calcoli di tipo astronomico (proprio come gli astrologi eretici, ndr), secondo i quali era da prevedere entro pochi anni un enorme cambiamento socio-politico che avrebbe riportato la Germania ad essere la prima nazione della terra”2.

La Germania dell’epoca di Hitler, infatti, era percorsa da visionari e millenaristi che vedevano nella sconfitta del 1918 un segno escatologico, e che propagandavano ritorno alle origini, culto di Wotan e della natura. La Berlino del 1930 era allora la capitale dell’occulto, con ben sette settimanali di astrologia. Si stimava che nella città, segnata anche dal libertinismo sensuale più assoluto, “si trovassero oltre 20.000 tra indovini con o senza sfera di cristallo, astrologi, lettori di tarocchi…pittori in stato di trance”.

Tra questi il celebre mago Hanussen, che tanta influenza avrebbe avuto su Hitler. Inoltre nel “1932 cadeva il centenario della morte di Goethe. Ciò coincise nella Repubblica di Weimar con un sussulto di attività di occultismo precristiano e di magia nera”: festività pagane, processioni notturne, sessualità sfrenata…3. Molte somiglianze, insomma, con le eresie medievali, tanto amate ad esempio dal nazista Otto Rahn, autore di un testo, “Crociata contro il Graal”, in cui tutte le usanze dei catari, compreso il suicidio rituale per fame, venivano esaltate e rimpiante.

Tornando dunque ai movimenti ereticali medievali, quasi sempre pauperisti e comunisteggianti, essi presentano affinità anche con le predicazioni di molti profeti del socialismo e dell’anarchismo, che in nome della società giusta ed egualitaria da costruire, praticavano il terrorismo, la rapina e quant’altro, nella Russia di fine Ottocento e dei primi del Novecento, per distruggere il vecchio mondo, in attesa del nuovo, per generare, attraverso le doglie del parto, e la necessaria violenza purificatrice, il paradiso sulla terra. Sempre, una simile visione, annunciava un “eskaton immanente”, non individuale, per le anime dei singoli, ma collettivo, negando qualsiasi prospettiva trascendente, togliendo ogni peso alla vita ultraterrena, collocando salvezza e redenzione qui ed ora, e dava ai protagonisti, che fossero gli Apostolici, la classe operaia, o il Volk, una funzione messianica universale. Non per nulla sia i rivoluzionari giacobini, sia alcuni dei gerarchi nazisti, sia molti rivoluzionari socialisti e comunisti, vantarono di essere gli eredi di Dolcino, dell’utopia di Muenster, di Tommaso Campanella o di altri celebri eresiarchi, come ad esempio i Fratelli del Libero Spirito, una ramificazione degli Hussiti, per i quali “tutti gli avversari erano peccatori e andavano sterminati”, o i Taboriti, i quali consideravano “il massacro come un mezzo per spianare la via al Millennio”, sino a concepire il progetto di dare fuoco a villaggi e trucidare uomini, donne e bambini4.

Come gli eretici millenaristi “fanatici dell’apocalisse” del medioevo, studiati da Norman Cohn, così anche Stalin rivendicava di essere destinato “alla missione irripetibile di portare la storia alla sua conclusione predeterminata”, servendosi per questo fine di “un gruppo dotato di un perenne dinamismo e di una spietatezza dichiarata, il quale, ossessionato da una fantasia apocalittica e affatto convinto di essere infallibile, si collocava infinitamente al di sopra del resto dell’umanità e non riconosceva alcuna rivendicazione, salvo quella della propria presunta missione”5. Non è allora una boutade dire che se l’Inquisizione fosse esistita ancora nel Novecento, personaggi come Hitler, Lenin, Stalin, ecc., non sarebbero mai andati al potere.

L’Inquisizione sopravvisse al medioevo, e si occupò, nell’età moderna, soprattutto di stregoneria e di superstizioni. Non abbiamo qui la possibilità di sviscerare compiutamente l’attività di questo tribunale, che però, come hanno sostenuto storici laici come Luigi Firpo e Adriano Prosperi, cercò in ogni modo di sradicare nel modo più indolore un mondo di superstizioni non sempre innocue, che portavano talora all’infanticidio, ad esempio per creare filtri magici, o nel tentativo di curare alcune malattie con rimedi improbabili, come nel caso di una “strega” della Valcamonica, che inserì un bambino nel forno per guarirlo da un male sconosciuto, finendo invece per ucciderlo.

Il mondo della stregoneria e del sabba è certamente troppo complicato, per essere affrontato con serietà in poche righe, ma non si può ignorare che le superstizioni di alcune persone, convinti di essere streghe e stregoni, magari abituati a cospargersi il corpo di unguenti velenosi o a fare uso di erbe allucinogene, comportarono talora problemi non indifferenti di ordine pubblico. Del resto la stregoneria è attestata in tutto il mondo antico precristiano, da Ovidio ad Orazio, da Plinio ad Apuleio, per non parlare delle credenze di altri popoli germanici o non europei. Certo, vi saranno stati anche fenomeni suggestivi, paure che portavano alcuni ad identificare forze malvagie là dove non vi era nulla di allarmante, ma gli antropologi e gli storici sanno bene, al di là di qualsiasi tentativo di interpretare il passato secondo anacronistici schemi razionalisti, dell’esistenza nell’antichità di radicate credenze astrologiche e magiche, di sacrifici umani rituali alle divinità della natura, di infanticidi più o meno determinati da esigenze magiche, di arti divinatorie che portavano anche a smembrare animali e persone, per leggerne le interiora; sono attestati nella storia fenomeni di necromanzia e necrofilia, di antropofagia rituale, di riti iniziatici a base di evirazioni e sodomizzazioni, di superstizioni, insomma, di ogni tipo6.

Che questo mondo sommerso, in estrema difficoltà dopo l’avvento del Cristianesimo e delle legislazioni di molti re ad esso convertiti, sia riemerso – generando una reazione non sempre equilibrata, ma necessaria-, in parte proprio in coincidenza col riaffiorare di interessi magici, tra il XV ed il XVIII secolo, non dovrebbe stupirci, sia per quanto si è già visto (il risorgere di forti credenze magiche nella Germania nazista), sia perché anche noi, uomini del terzo millennio, sperimentiamo l’esistenza di gruppi di fanatici pronti a qualsiasi abominio: mi riferisco, per fare un solo esempio, alla famosa banda di Varese, le “bestie di Satana”, che negli anni Novanta hanno assassinato, con modalità rituali macabre e terrificanti, ben 18 persone! Le bestie di Satana, secondo gli atti processuali, facevano ampio uso di denti, capelli, teschi, drappi neri, candele, alcool, droghe, messe nere, antichi testi magici, musica satanica…7

Del resto, secondo una approfondita indagine giornalistica, oggi sarebbero addirittura un milione e mezzo nella sola Italia gli aderenti alle sette magiche, alle cosiddette psico-sette, ai gruppi satanici ecc.8

Detto questo, il Prosperi, e con lui la gran parte degli storici odierni, riconoscono che “le autorità cattoliche…non solo furono sollecite nel negare la realtà del sabba ma furono anche particolarmente miti nel trattare l’universo intero della superstizione e la stregoneria in specie. Gli studi storici hanno mostrato senza ombra di dubbio che la caccia alle streghe nel mondo italiano e in quello iberico (dove cioè operava la Santa Inquisizione, ndr), ebbe caratteri meno sanguinosi e violenti che altrove (Germania e paesi protestanti, ndr) proprio grazie all’atteggiamento assunto dalle autorità ecclesiastiche”9.

Ma quanti furono i condannati dell’Inquisizione? Il Llorente, nella sua opera citata, parlava di 32.000 condanne a morte da parte dell’Inquisizione Spagnola, la più dura e la più calunniata, nel periodo che va dal 1478 al 1820: anche ipotizzando per assurdo che fossero tutte ingiustificate, un’inezia rispetto alle carneficine della modernità atea! Senza contare che spesso tale istituto, più che un libero tribunale ecclesiastico, fu ostaggio nelle mani dei sovrani laici, che agirono anche in opposizione con alcuni papi, con un fine politico: l’uniformizzazione del paese secondo il principio “un re, una legge, una fede”10.

Ma quella di Llorente è una cifra attendibile? Lo storico Bennassar arriva alla conclusione che Llorente “esagera enormemente”11. Il Kamen aggiunge che l’inquisizione di Spagna, avocando a sé le cause di stregoneria e sottraendole ai tribunali laici, salvò la vita a innumerevoli persone, mentre nell’Europa di Lutero, Calvino e Melantone vi furono “persecuzioni inaudite per l’Europa cattolica”12. Aggiunge il Kamen che “non vi è dubbio che nei tre o quattro secoli che seguirono la costituzione della Inquisizione, il popolo spagnolo in genere, e quello castigliano in particolare, offrissero al santo Uffizio il loro appoggio immediato…il popolo non metteva in discussione l’esistenza del tribunale”, ed anzi gli diede un “fortissimo appoggio” sino alla fine della sua esistenza13.

Quanto alle carceri esse “si trovavano in condizioni non malvagie…le segrete dell’Inquisizione erano considerate meno dure e più umane tanto delle prigioni statali quanto delle normali carceri ecclesiastiche. Si sa del caso di un frate di Valladolid il quale, nel 1629, aveva espresso alcune sentenze di carattere ereticale, soltanto per essere tradotto dalla prigione dove si trovava al momento a quella più blanda dell’Inquisizione. In un’altra occasione, nel 1675, un prete, detenuto nel carcere vescovile, si finse cripto-giudeo per poter essere trasferito nella prigione inquisitoriale…”14.

Non è questo il luogo per continuare un’indagine che da una parte ridimensioni e distrugga la “leggenda nera”, dall’altra analizzi la portata eversiva e disgregatrice, a livello sociale e politico, dell’eresia, evidenzi le possibili strumentalizzazioni del tribunale stesso da parte del potere politico, e che, infine, individui anche gli inevitabili errori degli inquisitori. Può bastare concludere accennando all’opera di un gruppo di studiosi che sotto il coordinamento del professor Agostino Borromeo, della Sapienza di Roma, hanno recentemente affrontato a trecentosessanta gradi il tema Inquisizione. “Verso il XVI secolo, ha spiegato il Borromeo, per opera di circoli protestanti, si è diffusa in tutta Europa la falsa credenza che i tribunali dell’Inquisizione fossero spietati; eppure i ricorsi alla tortura e alla condanna alla pena di morte non furono così frequenti come per molto si è creduto…”. “Quanto alle streghe, chiosa Paolo Mieli, riferendosi alle stesse ricerche, fa riflettere la circostanza che i roghi furono un centinaio in Portogallo, Spagna e Italia a fronte delle cinquantamila vittime nel resto d’Europa, soprattutto in terra di Riforma”15.

A parte ogni considerazione, numeri di questo genere possono permettere che qualcuno, senza rendersi conto delle proprie “odifreddure”, paragoni secoli e secoli di inquisizione, con alcune centinaia di condanne a morte, agli stermini di milioni di persone che il comunismo ha realizzato, in meno di cent’anni, inghiottendo e triturando popoli e continenti interi?

1 Rino Cammilleri, “Storia dell’Inquisizione”, Newton, Roma, 1997.

2 Pierluigi Tombetti, op. cit, p. 61.

3 Mel Gordon, “Il mago di Hitler”, Oscar Mondatori, Milano 2004, p. 215, 262.

4 Norman Cohn, “I fanatici dell’apocalisse”, Comunità, Milano, 1986, p. 280, 290.

5 Robert Conquest, “Stalin”, Mondadori, Milano, 1993 p. 354. Vedi anche Norman Cohn, op. cit, p. 16: “quanto più attentamente si confrontano le esplosioni di chiliasmo (cioè millenarismo, ndr) sociale militante del tardo Medioevo coi moderni movimenti totalitari, tanto più sorprendenti appaiono le somiglianze”.

6 Un caso accertato, perché confessato in modo spontaneo e con pentimento, dal colpevole, è quello del celebre Gilles de Rais, un nobile contemporaneo di Giovanna d’Arco. Lo scrittore francese Karl Joris Huysmans, nel suo “L’abisso”, così ricostruisce i fatti: “Con voce sorda raccontò i ratti dei fanciulli, le orribili insidie, gli stimoli infernali, gli assassinii impetuosi, gli implacabili stupri. Ossessionato dalla visione delle sue vittime, descrisse minuziosamente le agonie lente o rapide, gli appelli e i rantoli, narrò di essersi avvoltolato nell’elastico tepore degli intestini, confessò di avere strappato cuori palpitanti da piaghe allargate, spaccate come frutti maturi. L’assemblea, atterrita, era immersa in un silenzio da incubo, rotto solo di tanto in tanto da un grido. Allora bisognava portare fuori di corsa donne svenute, folli di orrore. Gilles sembrava non sentire nulla, non vedere nulla, continuava a recitare la spaventosa litania dei propri delitti. Poi la voce gli si arrochì. Era arrivato alle effusioni macabre, a narrare il supplizio di quei bambini che vezzeggiava, per potere tagliare loro il collo durante un bacio. Si dilungò nei particolari, li enumerò tutti. Fu talmente terribile, talmente atroce, che anche i vescovi impallidirono sotto i copricapi d’oro”.

7 “…Le messe nere. Nella baita di Golasecca gli investigatori trovarono una valigetta contenente tutto il necessario per compiere riti satanici: denti, capelli, teschi, un drappo nero, delle candele, immagini del Diavolo e scritti su come si compiono le messe nere. Elementi che fin dal primo momento li misero sulla pista del satanismo. Una pista poi confermata da Volpe, che, nell’interrogatorio davanti al procuratore della Repubblica di Busto Arsizio, Antonio Pizzi, e nell’incidente probatorio dell’ottobre del 2005, ricostruì il massacro di Mariangela Pezzotta, Chiara Marino e Fabio Tollis e svelò molti dettaglio sui misteriosi omicidi avvenuti nel Varesotto…E ora, zombi, camminate. Volpe svelò che l’uso dell’ipnosi “era una abitudine dei capi per controllare gli adepti” e dei legami con la setta X di Torino. Poi, confermò la sua partecipazione all’uccisione di Fabio Tollis e Chiara Marino, raccontando delle coltellate e dei colpi di mazza inferti alle due giovani vittime, del riccio che fu loro messo in bocca per non far sentire le urla, dell’urina sui loro cadaveri ormai coperti di terra e dell’ultima esortazione: “E ora, zombi, camminate se potete”…Un’altra morte misteriosa fu quella di Stefano Bontade, uno degli ‘anziani’ della setta, che, con gli altri, aveva contribuito a scavare la buca dove furono seppelliti Chiara Marino e Fabio Tollis. Tuttavia Bontade, temendo per la sua incolumità, aveva deciso di tirarsi indietro. Fu trovato morto in circostanze sospette: si suicidò la notte del 21 settembre 1998 schiantandosi con la propria auto. La scelta degli adepti. Due erano i modi utilizzati dalle ‘Bestie di Satana ‘per scegliere gli adepti: al candidato poteva essere imposto di gettarsi a peso morto, dopo una lunga corsa, contro le siepi del parco prescelto per il rito, senza lamentarsi per il dolore, oppure di bere un cocktail di alcol e droghe e fare capriole senza vomitare, bestemmiando ad alta voce. Il rito. Alcol, droga e bestemmie erano gli elementi indispensabili delle messe nere che venivano celebrate nei boschi della provincia lombarda, sotto la guida dei capi spirituali, a turno Sapone o Volpe, che orientavano il pentacolo con la bussola per consentire il collegamento con altre sette. La musica. Un altro elemento fondamentale era la musica: ‘Hell awaits’, l’inferno aspetta, è il disco della metal band americana degli Slayer, che le ‘Bestie di Satana’ mettevano a tutto volume durante i rituali” (“Repubblica”,15 maggio 2007).

8 Corriere della sera, 23/5/2008.

9 Adriano Prosperi, “I tribunali della coscienza”, Einaudi, Torino, 1996, p.378-379.

10 Joseph Pérez, “Breve storia dell’inquisizione spagnola”, Corbaccio, 2007.

11 Bartolomè Bennassar, “Storia dell’inquisizione spagnola”, Rizzoli, 1980.

12 Henry Kamen, “L’Inquisizione spagnola”, Feltrinelli, 1966.

13 H. Kamen, op. cit., 318.

14 Idem, p.188-189.

15 Corriere della sera, 28/6/2004. Può essere interessante riportare un brano tratto da una intervista ad un grande studioso dell’inquisizione spagnola come Jean Dumont: “Vi sono ancora in circolazione libri che parlano di centinaia di migliaia di vittime dell’Inquisizione spagnola: libri scritti da persone che ricopiano fonti propagandistiche dell’Ottocento e che non sanno neppure che dagli archivi possono essere ottenute informazioni quasi complete. Uno studio quantitativo, condotto anche con l’aiuto del computer, dei processi dell’Inquisizione spagnola è in corso, ma vi sono già dei risultati parziali. Uno specialista danese, Gustav Henningsen, completato lo spoglio di cinquantamila processi che coprono l’arco di centoquarant’anni, ha reperito circa cinquecento casi di condanne a morte eseguite, cioè l’uno per cento. Altri studiosi hanno confermato questi dati. L’Inquisizione spagnola è figlia della sua epoca, e va paragonata a fenomeni analoghi in altri paesi, per esempio alle decine di migliaia di morti della repressione anticattolica in Irlanda e in Inghilterra. Quanto alla coscienza moderna, e poi così certa di essere più tollerante di ieri? La repressione ideologica, razziale, comunista o nazionalsocialista ha fatto milioni di morti, mille e più volte dell’Inquisizione spagnola, e l’alternativa all’Inquisizione spagnola – come ho accennato – sarebbe stata la furia cieca e sanguinaria dei tumulti anti-ebraici e della guerra civile. Non è poi del tutto esatto dire che le vittime dell’Inquisizione spagnola sono morte «per le loro idee»: nessun ebreo dichiarato è stato condannato perché tale, mentre sono stati condannati coloro che si fingevano cattolici per ricavarne vantaggi. Come tutti i tribunali l’Inquisizione ha commesso errori; ma doveva essere un tribunale prudente, se lo spoglio degli archivi sta rivelando che un processo su cento portava il condannato alla pena capitale. Degli altri novantanove si penserà forse che esponessero il reo ai famosi orrori delle «prigioni dell’Inquisizione». In realtà, solo recentemente gli storici hanno scoperto – è ormai un fatto indiscusso – che le formule «prigione perpetua» e «prigione irremissibile» non significano affatto l’ergastolo, ignoto in Spagna. La «prigione perpetua» durava in genere cinque anni e quella «irremissibile» otto. Le prigioni dell’Inquisizione erano fra le migliori dell’epoca e molti istituti moderni a favore dei detenuti risalgono all’Inquisizione spagnola: il trasferimento in casa o in convento dei detenuti anziani e ammalati, per esempio, così come la semi-libertà. Tutto questo in un’epoca in cui il carcere «laico» era – quello sì – spesso spaventoso. Vale la pena, forse, di aggiungere una parola sulla tortura: era comune all’epoca nella procedura «laica», mentre le istruzioni degli inquisitori generali raccomandano di farvi ricorso con la più grande parsimonia. Anche qui parlano i verbali e gli archivi: nell’epoca di maggiore voga della tortura, in Spagna, a Valenza, su duemila processi dell’Inquisizione, nell’arco che va dal 1480 al 1530, sono stati ritrovati dodici casi di tortura. La proporzione in altre epoche e altre città in genere non è la stessa: è minore” (Cristianità, n.131, marzo 1986).

1 Franco Cardini, “L’Inquisizione”, Giunti, Firenze, 1999, p.9.

2 Jean-Baptiste Guiraud, “Elogio della Inquisizione”, Leonardo, Milano, 1994.

3 Centro studi dolciniani, autori vari, “Fra Dolcino e gli apostolici tra eresia, rivolte e roghi”, DeriveApprodi, Novara 2000. Si tratta di un’opera a forte carattere apologetico degli Apostolici, in cui si rivendica la modernità di questa setta, proprio in nome di ideali pauperisti, rivoluzionari, marxisti ed anarchici.

1 A.S. Tuberville, “L’Inquisizione spagnola”, Feltrinelli, 1965, p.177.

2 Citato da Norman Cohn, “I demoni dentro”, Unicopli, Milano, 1994, p.31.

I “semi” luterani nell’assolutismo e nel totalitarismo

Il massacro di San Bartolomeo

Si avvicinano i Cinquecento anni dall’affissione delle famose tesi di Martin Lutero. Sarà allora interessante ricordare cosa significò la riforma protestante, anche dal punto di vista politico.

Per farlo la Nuova BQ ha intervistato il professor Rocco Pezzimenti, laureato in Scienze Politiche ed in Filosofia, già docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della LUISS e all’Università degli Studi del Molise. Oggi Pezzimenti è Direttore del Dipartimento di Scienze Economiche, Politiche e delle Lingue Moderne della Lumsa. Continue reading “I “semi” luterani nell’assolutismo e nel totalitarismo”

Sessualità affettività, amore, famiglia e figli, secondo la Chiesa

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L’amore d’una creatura non può creare nulla in noi. Ma può farvi nascere tutto. Senza l’intervento d’un’anima estranea, senza un calore proveniente dall’esterno, i nostri tesori più occulti rimarrebbero eternamente infruttuosi. Chi non è mai giunto in fondo a se stesso grazie all’aiuto di un altro? Chi non è in grado di dire all’amico o all’amata: Tu m’hai restituito a me stesso e io ho ricevuto la mia anima dalle tue mani? (Gustave Thibon)

Amare è bello e naturale… ma non è sempre facile

Non c’è esperienza più importante, per l’uomo, dell’amore: come amicizia e come legame familiare.

Sin dal momento della nostra nascita, ognuno di noi è espressione di un rapporto: Continue reading “Sessualità affettività, amore, famiglia e figli, secondo la Chiesa”