La Chiesa e la donna; la donna nelle altre religioni e culture

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Poligamia, ripudio, sterilità, vedovanza femminili…: come il cristianesimo ha mutato la visione della donna, e la sua vita

Una delle grandi novità storicamente rilevabili apportate dal cristianesimo riguarda la concezione della donna. Assolutamente secondaria e marginale, relegata nelle sue stanze, nel mondo greco; sotto perpetua tutela dell’uomo, padre e marito, quasi un oggetto, nel mondo romano; ostaggio della forza maschile, presso i popoli germanici1; passibile di ripudio e giuridicamente inferiore nel mondo ebraico; vittima di infiniti abusi e violenze, compreso l’infanticidio, in Cina e India; forma inferiore di reincarnazione nell’induismo tradizionale2; sottoposta alla poligamia, umiliante affermazione della sua inferiorità, nel mondo islamico3 e animista; vittima presso diverse culture di vere e proprie mutilazioni fisiche; sottoposta al ripudio del maschio, in tutte le culture antiche, la donna diventa col cristianesimo creatura di Dio, al pari dell’uomo.

Visione teologica

Scrive il filosofo e teologo Tommaso Pevarello:

Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse” (Genesi, 1, 27). Dio, dopo aver creato il mondo visibile, decide di popolarlo con l’essere più degno: l’uomo. Il termine “uomo” ha un significato collettivo, cioè si intende ogni essere umano, il quale si divide nei generi femminile e maschile. Questo dato ci deve colpire: la differenza maschile e femminile non viene data in opposizione, bensì in armonia con il fatto che entrambi sono parte dell’unità dell’essere umano. Quindi l’essere vivente si dà in definitiva come “unità dei due”: l’uguaglianza sta nell’essere entrambi “esseri umani”, la differenza sta nel genere maschile e femminile, dato che, come scrisse Edith Stein: “Non solo il corpo è strutturato in maniera diversa, non solo sono differenti alcune funzioni fisiologiche, ma tutta la vita del corpo è diversa; di conseguenza anche il rapporto tra anima e corpo è differente”. Se procediamo nel testo biblico, la creazione dell’essere umano si accompagna al comandamento di Dio: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela”. Dio affida solo all’uomo e alla donna il “dominio” della terra, dato che solo loro possiedono quella razionalità, quel Logos, frutto della somiglianza con Dio. Ma c’è molto di più: Dio indica loro la capacità di generare, e dunque la sessualità, come un valore da assumere in modo responsabile davanti a Dio, partecipando al progetto creativo divino e permettendone, in un certo senso, la continuazione. “Allora il Signore plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente”; così è descritta la nascita di Adamo (ricordo che Adamo deriva da “adam”, che significa l’uomo in generale). Questi versi sono importanti non tanto per il fatto che l’uomo appartiene alla terra, dato che questa caratteristica è propria anche di molti animali, bensì la peculiarità sta nel fatto che egli riceve la vita da Dio con un “soffio”: anche se l’uomo con la sua corporeità è partecipe della materia, ha l’anima/spirito che non proviene dalla terra ma da Dio e che gli fa acquisire il gradino più alto all’interno della creazione.

Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”.

Emerge qui un dato significativo: l’uomo, pur in mezzo agli altri animali, si sente solo e Dio interviene per fargli superare quella solitudine che “non era cosa buona” e per farlo deve servirsi di un qualcosa che gli sia simile; ritorna il concetto fondamentale dell’antropologia cristiana che vede l’essere umano come “unità dei due”. L’uomo, così come la donna, non esistono “da soli” ma acquisiscono un senso ed una pienezza solo se si pongono “in relazione”… Così termina la parte iniziale del Genesi sulla formazione dell’uomo e della donna4. Si può concludere, quindi, che l’uomo e la donna sono le uniche creature del mondo visibile che Dio ha voluto per se stesso, che ha voluto rendere “persone”, la cui realizzazione o meglio, il cui “ritrovarsi”, passa attraverso l’esperienza dell’amore e il dono sincero di sé.

Per quanto riguarda la donna, il suo essere dono per gli altri, necessita di due esperienze a lei peculiari su cui si giocherà la propria realizzazione, la propria vocazione: la verginità e la maternità.

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Queste dimensioni non possono trovare modello più perfetto della “donna di Nazareth”: Maria, ‘vergine e madre’ ”.

Una donna che diviene degna di portare nel suo grembo Dio stesso! Quale importanza più grande poteva riconoscere il cristianesimo al genere femminile!

Prosegue Pevarello: “L’atteggiamento di Gesù con le donne è molto semplice e forse proprio per questo, in quei tempi, rivoluzionario. “Si meravigliavano che stesse a discorrere con una donna”, e a meravigliarsi non vi erano solo gli scribi, ma gli stessi apostoli! Egli, davanti agli ebrei che rivendicavano il “diritto maschile” di ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo, li ammonì di ritornare al “principio”, quando questo non era consentito, quando cioè l’uomo e la donna ancora si amavano con purezza, essendo ad immagine e somiglianza di Dio.

In questo caso Gesù interviene per spazzare via una “tradizione” che si era affermata ma che era contraria alla volontà divina, che in origine non voleva che il maschio dominasse, ma che stabiliva un’uguaglianza tra i due in una sola carne.

Scorrendo le altre parti del Vangelo si incontrano numerose donne: l’emorroissa che toccando il mantello di Gesù, nonostante sia in mezzo alla folla, è da lui “sentita” e lodata per la grande fede: “La tua fede ti ha salvata”; la figlia di Giairo, che Gesù fa tornare in vita; la vedova di Nain, cui fa ritornare in vita l’unico figlio e cui rivolge l’affettuoso invito: “Non piangere”. E gli esempi potrebbero continuare, con la Cananea o con il racconto dell’obolo della vedova, in cui Egli la difende contro il sistema giuridico del tempo. Fatto sta che sempre il Figlio di Dio ha per la donna rispetto e compassione.

Pensiamo ancora a quelle categorie che erano pubblicamente disprezzate dal sentire comune del tempo: prostitute, adultere, peccatrici. Anche a loro Gesù porta la sua parola d’amore in grado di cambiare la vita. Alla Samaritana dice: “Infatti hai avuto cinque mariti, e quello che hai ora non è tuo marito”, dimostrando così di sapere i segreti della sua vita e in questo modo ella lo riconosce come il Messia e va a testimoniarlo ai suoi compaesani.

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Alla pubblica peccatrice che gli lava con olio i piedi, facendo scandalizzare il padrone di casa fariseo, Gesù dice: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato”.

Infine il famosissimo episodio della donna sorpresa in adulterio e portata da Gesù per metterlo alla prova: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei”. Questa risposta è così splendida che sorprende tutti, provocando la consapevolezza dei loro peccati, dato che il peccato della donna era anche la conferma delle loro trasgressioni; è così che alla fine rimangono solo Gesù e la donna, la quale viene invitata a non peccare più.

Marta, sorella di Lazzaro, vede il fratello risorgere dopo aver professato la fede in Gesù: “Sì, o Signore, credo che tu sei il Cristo, Figlio di Dio”.

Saranno ancora le donne ad accompagnare Gesù verso il Golgota e che gli faranno dire: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me”, dimostrando ancora una volta un modo di rapportarsi con il genere femminile che costituisce un’assoluta novità. Ma saranno sempre donne le prime testimoni della Sua resurrezione, con Maria di Magdala incaricata di andare ad avvertire gli apostoli dell’incredibile avvenimento.

Aspetti storici

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Il matrimonio monogamico e indissolubile

Quali saranno le conseguenze, storicamente parlando, di questa nuova concezione?

Basterebbe indicarne tre. La prima: il cristianesimo è l’unica religione della storia in cui il rito di iniziazione e quindi di ammissione alla comunità, cioè il battesimo, è uguale per uomini e donne. La seconda: il cristianesimo, condannando l’eposizione dei bambini e l’infanticidio, limita drasticamente una pratica molto diffusa in tutto il mondo, dall’antica Roma alla Cina e all’India di oggi, e avente più spesso come vittime le bambine femmine (vedi capitolo successivo).

La terza: il matrimonio cristiano è imprescindibilmente monogamico e indissolubile. Esso quindi sottintende anzitutto la pari dignità degli sposi: non è lecito ad un uomo avere più mogli, nel suo gineceo, o nel suo harem! Non è lecito, in virtù della sua maggior forza, ripudiare la moglie, come un oggetto, né sostituirla con delle schiave! E neppure, ovviamente, il contrario.

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Tutta la storia della Chiesa, per quanto riguarda la morale coniugale, tende a salvare proprio questa pari dignità: vietando ovviamente ogni diritto di vita o di morte dell’uomo sulla donna; tutelando il più possibile il libero consenso degli sposi6; innalzando l’età del matrimonio della donna (che per i romani erano sovente i 12 anni7); togliendo ai genitori la possibilità di violare la libertà dei figli, e in particolare ai padri di decidere il marito della figlia; combattendo l’abitudine dei matrimoni combinati, soprattutto tra i nobili; contrastando in ogni modo i matrimoni forzati, in cui solitamente era la donna a fungere da vittima; impedendo, in questo caso a tutela della salute dei figli, i matrimoni tra consanguinei…8

Sterilità, adulterio e vedovanza

Per capire quanto il matrimonio cristiano muti la condizione femminile basti considerare l’atteggiamento nuovo proposto dalla Chiesa dinanzi alla sterilità della donna, all’infedeltà del maschio o alla vedovanza. Tradizionalmente, nel primo caso, in tutte le culture antiche, l’infertilità di coppia veniva addossata alla moglie e giustificava il ripudio o il ricorso del marito ad altre donne, per ottenere il figlio desiderato. Si pensi ad esempio che le donne romane dovevano mettere al mondo almeno tre figli “per poter un giorno, alla morte del padre, essere libere da ogni tipo di tutela sui beni9.

Ancora nel Settecento intellettuali laici come l’illuminista Diderot considereranno le donne sterili degne di essere allontanate dal consorzio civile. Nel cristianesimo, invece, “è l’accordo di coppia che costituisce l’essenza del matrimonio e non la fecondità: in esso, infatti, non è più motivo di separazione la sterilità, che nelle società antiche era vissuta sempre come malattia femminile10. In altre parole: un cattolico che si sia sposato e scopra che la moglie non riesce a concepire, non ha mai il diritto di ripudiare o abbandonare la propria consorte, che dunque non perde affatto nulla della sua dignità anche se non può divenire madre (sterilitas matrimonium nec dirimit nec impedit).

Quanto all’adulterio, nel matrimonio cristiano esso è proibito sotto pena di peccato mortale per entrambi i coniugi: “nella società romana, al contrario, la legge puniva severamente le adultere mentre l’infedeltà dei mariti non era soggetta a sanzioni penali, né a una seria disapprovazione morale. Era anzi pienamente accettato che l’uomo intrattenesse rapporti sessuali con gli schiavi di entrambi i sessi presenti nella casa. Rifacendosi alle radici bibliche, Agostino scrive, sulla traccia di Paolo (I Corinzi, 6, 12-20), che l’eccellenza di una unione fedele è così grande che i coniugi diventano membra stesse di Cristo, per cui mancare alla fedeltà significa prostituire le membra stesse di Cristo11.

La battaglia della Chiesa per la fedeltà coniugale, per il pudore, per l’autocontrollo degli istinti soprattutto maschili, per la santità del matrimonio, oltre che liberare l’uomo da una concezione animalesca del rapporto sponsale, ebbe quindi l’effetto di nobilitare e liberare la donna. Scrive Aline Rousselle: “Gli uomini (i romani pagani, ndr) non venivano allevati nell’idea di dover esercitare un certo autocontrollo. Per il ragazzo era normale guardare con occhio concupiscente le giovani schiave di casa. Ve ne erano sempre di giovanissime da usare per il proprio piacere. La frequentazione delle prostitute introduceva inoltre un elemento di varietà nei divertimenti amorosi del giovane”.

Così anche “le mogli dell’alta società romana non avevano difficoltà ad accettare le relazioni del marito con schiave o concubine. Talvolta erano esse stesse a scegliere queste ‘socie’ ”, sin dai tempi della Repubblica, dimostrando così di non ritenere neppure loro iniqua una sorta di poligamia del maschio12.

La novità del matrimonio cristiano non toglie, chiaramente, che la maggior forza dell’uomo, e le antiche consuetudini, nonostante la predicazione evangelica e il divieto di Costantino agli uomini sposati di possedere concubine, abbiano potuto continuare in qualche modo a sopravvivere; né che alcuni cristiani abbiano poco compreso questo insegnamento.

Però è innegabile che con la concezione cristiana di matrimonio la storia delle donne prende una strada totalmente nuova. Scrive lo storico medievista Jacques le Goff: “ Si dice spesso che in caso di adulterio non vi è uguaglianza fra uomo e donna. Ora, in un certo numero di casi molto particolari, e spesso molto famosi, l’uomo è stato severamente condannato dalla Chiesa, pensiamo al re di Francia Roberto il Pio o a Filippo Augusto. Roberto il Pio, nei primi anni dell’XI secolo, dovette separarsi dalla seconda moglie, Berta di Blois, poiché il clero lo considerava bigamo (la prima moglie era ancora viva) e incestuoso (i due erano consanguinei in terzo grado). Il papa Innocenzo III, invece, eletto nel 1198, lanciò l’interdetto contro il regno di Filippo Augusto, che aveva ripudiato nel 1193 la moglie, Ingeborg di Danimarca, e aveva sposato Agnese di Merania. Negli statuti urbani del XII secolo in Italia e del XIII in Francia, si trovano articoli sulla punizione dell’adulterio che prevedono dure pene sia per gli uomini che per le donne. Così, ad esempio, le Consuetudini di Tolosa del 1293, che raccomandano e illustrano in un disegno la castrazione di un marito adultero…”13.

E’ opportuno ricordare anche il caso di Enrico VIII: se il papa Clemente VII gli avesse concesso di ripudiare la legittima moglie, Caterina d’Aragona, poiché non era “capace” di dargli un erede maschio, o perché Enrico era ormai innamorato di Anna Bolena, avrebbe evitato di perdere l’intera Inghilterra…invece il papa non ritenne di appoggiare la prepotenza del re inglese, per non violare un principio evangelico, la dignità di Caterina e, con essa, anche quella di tutte le altre donne possibili vittime del capriccio maschile14.

Quanto infine alla vedovanza si è visto che i primi cristiani fecero il possibile per riconoscere alle vedove la loro dignità, senza imporre loro di porsi immediatamente sotto il dominio di un nuovo marito, come invece volevano le leggi di Augusto. Per fare questo venivano in aiuto anche economico a quelle di loro che avessero voluto rimanere tali. Così a Roma, nel 251, il vescovo Cornelio assiste millecinquecente vedove e poveri della città, in ossequio all’insegnamento di san Giacomo apostolo: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni” (Gc. 1, 27).

Le donne in India

Un simile atteggiamento, che noi diamo per scontato, non lo è affatto, neppure oggi.

Si pensi soltanto all’usanza diffusa presso molti popoli di uccidere le mogli dei capi sulla tomba dei mariti, o alla consuetudine, vigente presso alcune tribù dell’Africa centrale e meridionale, di imporre alla vedova, dopo la morte dell’uomo, “di stare seduta sulla nuda terra per tre mesi, prima di poter aspirare ad un nuovo marito; di rimanere distesa nella capanna per un mese, di non accendere fuoco, di non conversare con nessuno”. Oppure si consideri quello che accade nelle isole Tobriand della Melanesia, “dove ella deve stare segregata da sei mesi a due anni in una specie di gabbia, osservando severi tabù…”15.

Si pensi ancora all’India induista, dove, sebbene abolita in linea di diritto nell’ottocento dagli inglesi, grazie soprattutto all’azione di un pastore cristiano batista, esiste ancor oggi, qua e là, l’abitudine (sati) di bruciare le vedove sulle pire dei mariti, e permane comunque una discriminazione orrenda nei loro confronti.

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Repubblica del 13/7/’99 titolava: “La città delle vedove d’India che rifiutano il suicidio. A Vridavan si rifugiano le donne che non accettano di togliersi la vita alla morte del marito come impone la tradizione”. Nell’articolo si legge tra il resto: “In molte regioni dell’India la donna che perde il marito dice addio per sempre ai diritti di un essere umano. Non ha più proprietà, perché le pretendono i figli, non può comperare né vendere, perché nel peggiore dei casi viene dichiarata la morte presunta. Un tempo si davano fuoco sulla stessa pira del marito. Oggi, per fortuna sempre meno spesso, restano vittime di misteriosi incidenti domestici, il più delle volte provocati dai parenti del marito che non vogliono più avere a che fare con loro”.

Le donne nell’Islam

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Le donne in Africa

Un discorso analogo a quello fatto per l’India si potrebbe riproporre per molte altre culture in cui non sia giunto il Vangelo: ad esempio per le culture africane, di ieri e di oggi. E’ infatti risaputo che uno dei drammi di questo continente è la scarsa considerazione di cui gode l’altra metà del cielo, sia nell’Africa islamica che in quella nera ed animista. Abbiamo quotidiana testimonianza di come missionari e volontari, per lo più cattolici e protestanti, cerchino in quel grande continente di contrastare le usanze poligamiche, l’abitudine degli uomini ad avere più donne nell’arco di breve tempo – con la conseguenza, anche, di una diffusione pandemica della sifilide, un tempo, e dell’Aids, oggi-, e le pratiche di mutilazione cruenta dei genitali femminili (clitoridectomia, infibulazione)17.

Si tratta di un problema già notato da uno dei primi europei che ha modo di conoscere a fondo l’Africa, a metà dell’Ottocento: san Daniele Comboni. Questo infaticabile costruttore di scuole e di ospedali, questo liberatore di schiavi, nella sua opera di evangelizzazione vuole accanto a sè soprattutto ragazze europee disposte a immolarsi con generosità estrema. E’ infatti convinto che saranno proprio le donne le sue vere alleate. Scrive: “ le donne educheranno le giovinette africane in modo da formare: abili istitutrici…; abili maestre e donne di famiglia, le quali dovranno promuovere l’istruzione femminile in leggere, scrivere, far di conto, filare, cucire, tessere, assistere gli infermi…”. Cambiare la “femminil società africana” è essenziale perché la “rigenerazione della grande famiglia africana”, dipende da esse. Uno dei grandi mali dell’Africa infatti, animista e islamica, sostiene infatti il Comboni, è proprio la condizione della donna: qui, scrive in una sua lettera, la “donna non è persona, ma è cosa di commercio e di capriccio, non altrimenti che una pecora o capra, cara al padrone soltanto se porta utile e diletto”.

congo_potentate_harem_selectionUomo del Congo con il suo harem

Poligamia e promiscuità sessuale, così diffuse in Africa, nota il missionario, portano alla nascita di tanti bambini che nessuno desidera, e che finiscono poi abbandonati e schiavi. In effetti le testimonianze ci dicono che nella Khartoum di quegli anni bastano pochi soldi per comperarsi “una splendida abissina e tenersela come concubina in aggiunta alle schiave negre18. Un realtà, che dura tutt’oggi, se solo pensiamo al dramma della massiccia prostituzione coatta delle donne nigeriane, o al fenomeno delle migliaia e migliaia di bambine vergini che “vengono offerte al Tro, una delle divinità del sistema vodù, come compenso per colpe commesse dai familiari”, e che finiscono come trastulli sessuali, vittime di “santi” stupri e schiave degli stregoni del vodù19.

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I cristiani e le prostitute

C’è infine un’altra novità nella concezione cristiana della donna che si vede nell’atteggiamento nei confronti delle prostitute. Nel mondo romano e in parte anche in quello greco costoro, così come coloro che appartengono al mondo dello spettacolo e del circo, sono “ignobili”, e il “marchio di infamia (le) privava definitivamente del diritto al matrimonio legittimo e della facoltà di trasmettere i pieni diritti civili: il marchio diventava ereditario20. Non così nel mondo cristiano, in cui, benché ovviamente vituperate, nonostante ciò le “meretrici non erano tuttavia depositarie di un marchio indelebile, di una colpa foriera di dannazione eterna; nella percezione sociale, nelle rappresentazioni letterarie, nelle elaborazioni giuridiche e teologiche il peccato più esecrabile era semmai quello di chi si faceva tramite e sfruttatore delle copule mercenarie”.

La Chiesa, dal canto suo, sottolinea più che un’ “innata depravazione” delle meretrici, il loro “abbandono nella povertà e nella solitudine”, la loro “lotta per la sopravvivenza priva di appoggi familiari e istituzionali”. Ciò comporta che si debba fare il possibile per redimere le prostitute, anche in onore della figura di santa Maria Maddalena, nei cui riguardi il basso medioevo ebbe grande venerazione. Così mentre papa Leone IX stimola il culto della Maddalena, Ivo di Chartres raccomanda “come un atto di grande carità cristiana quello di sposare una prostituta strappandola alla sua vita di peccato” e papa Innocenzo III concede l’indulgenza a chi prenda in sposa una ex meretrice.

Nel 1227 papa Gregorio IX approva l’ordine di Santa Maria Maddalena, e da allora fioriscono in tutta Europa conventi per il riscatto delle prostitute, enti specializzati nella “raccolta e l’erogazione di doti, capaci di attirare uomini alla ricerca di nozze convenienti”, oltre che istituti specializzati in cui alle prostitute desiderose di cambiare vita vengono dati gli “strumenti indispensabili a una onesta esistenza nel mondo: i rudimenti di un mestiere, una dote, una nuova garanzia di onorabilità”. “I ricoveri per le meretrici in cerca di riscatto fiorirono in tutta Europa a partire dal cinquecento”, supportati dalla generosità di nobili, prelati, dame.21

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Si possono ricordare l’Istituto di santa Caterina della Rosa fondato a Roma dalla Compagnia delle vergini miserabili, una confraternita di laici ed ecclesiastici nata nel 1536; la Compagnia di santa Maria Maddalena sopra le Malmaritate di Firenze (1579), anch’essa costituita da laici ed ecclesiastici; la Casa del Soccorso di san Paolo di Bologna; la Casa Pìa di Siviglia, fondata dai Gesuiti all’inzio del Seicento; la casa per le “femine di mala vita” fondata, insieme a quella per le vedove e le donne povere, dalla contessa Ludovica di Guastalla nel primo Cinquecento; il Rifugio delle Recluse e delle Penitenti sorto a Lione alla fine del Seicento…Sino ai numerosi Istituti per le Pericolanti, nati nell’Ottocento soprattutto in Italia per salvare dalla prostituzione le ragazze povere e abbandonate delle grandi città industrializzate, ed alla contemporanea Comunità Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, concepita, tra le altre cose, per liberare le prostitute, soprattutto nigeriane, costrette a battere dai loro connazionali sui marciapiedi d’Europa22.

Donne celebri del cristianesimo

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Torniamo dunque alla nuova concezione della donna introdotta dal cristianesimo. Quante sono le donne importanti dell’antichità, non solo romana, di cui si conserva il nome? Si contano sulle dita delle mani… e sovente sono ricordate più per la loro condizione di etere e di prostitute d’alto bordo, che per altri motivi. I primi tempi del cristianesimo invece pullulano già di donne protagoniste: le sante martiri, di cui tutti conoscono il nome, a cui vengono dedicate intere chiese e che vengono invocate e venerate nella preghiera: Tecla, Agata, Agnese, Cecilia, Lucia, Caterina, Margherita, la schiava Blandina…; santa Elena (nella foto), la madre e la consigliera principale di Costantino; Santa Monica, l’amatissima mamma di Agostino, alle cui preghiera il santo attribuì la propria salvezza; Marcia, la concubina dell’imperatore Commodo che riuscì a convincerlo a liberare Callisto, futuro papa, che era destinato ai lavori forzati in Sardegna; poi le imperatrici Pulcheria, figlia dell’imperatore Arcadio, infaticabile promotrice della costruzione di chiese, di cui ben tre dedicate alla Madonna, di ospedali e ospizi per i pellegrini, che ebbe una parte importante nella vittoria antimonofisita del concilio di Calcedonia del 451, morta nel 453 lasciando i suoi beni ai poveri; l’imperatrice Eudoxia, che fa trasferire le reliquie di santo Stefano a Gerusalemme, fa costruire un palazzo episcopale, e ricoveri per i pellegrini…

Al pari dell’uomo, scrive Teodoreto di Cyr, la donna è dotata di ragione, capace di comprendere, e conscia del proprio dovere; come lui essa sa ciò che deve evitare e ciò che deve ricercare; può darsi talvolta che essa giudichi meglio dell’uomo ciò che può riuscire utile e che essa sia una buona consigliera”. Così per Clemente Alessandrino le donne possono dedicarsi allo studio esattamente come gli uomini. Come fanno appunto molte delle donne che scelgono la vita claustrale e la verginità. Anche questa scelta della verginità, a ben pensarci, ha una valenza storica che spesso viene dimenticata. Significa infatti che una donna può dedicare la sua vita a Dio, invece che ad un uomo; che può decidere della sua vita al di fuori di quel rapporto di dipendenza che nella società antica era ineludibile. Nell’ antichità greca e romana, infatti, come d’altra parte nel mondo ebraico le donne erano destinate solo ed esclusivamente al matrimonio e alla maternità, nel senso che “sono pochissime, prima del cristianesimo, le testimonianze di donne rimaste nubili. Le donne non sceglievano nemmeno l’età in cui essere maritate. Il consenso della sposa non compariva nei contratti stipulati tra il padre della ragazza e il futuro marito”. Le donne nubili insomma erano piuttosto inconcepibili e si vedevano private di molti, dei già scarsi diritti previsti per loro23.

Donne sono anche alcune delle figure più importanti del cristianesimo dei primi secoli: le numerose aristocratiche romane che convertono i loro mariti; Clotilde, la moglie burgunda di Clodoveo, re dei Franchi, che lo spinge al cattolicesimo nel 496, segnando una svolta nella storia del suo popolo; Genoveffa, la monaca di Parigi che rassicura e incoraggia la popolazione di Parigi minacciata da Attila; la bavara Teodolinda, regina longobarda in Italia, che converte al cattolicesimo suo figlio Adaloaldo; la cattolica Teodosia, che sposa nel 573 il duca di Toledo, Leovigildo, convertendolo alla propria fede; Berta di Kent, che nel 597 ottiene che il re Etelberto si faccia battezzare; la moglie di Edvino re di Northumbria, che lo convince ad abbracciare la fede cattolica; Olga, principessa di Kiev, la prima battezzata di Russia; Edvige di Polonia, artefice della conversione dei Paesi Baltici… “Dappertutto, nota la storica Régine Pernoud, si constata il legame tra la donna e il Vangelo se si seguono, tappa dopo tappa, gli avvenimenti e i popoli nella loro vita concreta”. La Pernoud cita poi Jean Duché: “Il mistero della Trinità ha dunque un fascino sulle donne? …In Spagna come in Italia, come in Gallia, come in Inghilterra, ci voleva una regina per introdurre il cattolicesimo24.

E’ sempre una donna, Fabiola (morta nel 399), ricca e nobile aristocratica della stirpe dei Fabii, che una volta vedova prima segue san Girolamo, dedicandosi allo studio delle Scritture, e poi fonda il primo ospedale romano e uno dei primi luoghi di assistenza per pellegrini e stranieri, ad Ostia. Come Fabiola, anche la ricchissima Melania dedica la sua vita di convertita alle opere di bene: nel V secolo fonda monasteri, riscatta prigionieri, emancipa migliaia di schiavi e regala loro beni e ricchezze. Analogamente Olimpia, rimasta vedova nel 386 del prefetto di Roma Nebridio, pur essendo incalzata a sposarsi dall’imperatore Teodosio, rifiuta il nuovo matrimonio e dona parte dei suoi averi ai poveri di Costantinopoli, alla Chiesa beni fondiari e denaro, e accoglie nelle sue proprietà vedove ed orfani, vecchi, poveri e derelitti…

Sono in verità innumerevoli, all’inizio e nel corso dei secoli, le donne cristiane, nobili, nubili, sposate o vedove, che dimostrano la loro generosità verso la Chiesa, i chierici, i poveri, fondando monasteri, ordini religiosi, chiese, ospedali, scuole…. Per questo un avversario dei cristiani come Porfirio li accusa proprio di “persuadere le donne a dissipare la loro fortuna e i loro beni tra i poveri”, e di lasciare troppo spazio alle sciocche chiacchiere di “donnicciuole25.

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Nel Medioevo si possono citare, almeno, santa Caterina da Siena, ascolta dai papi, che prendeva la parola anche nei concistori, Giovanna D’Arco, la donna all’origine della Francia moderna, e Isabella di Castiglia, che può ben essere considerata la madre della Spagna moderna…

Certamente anche dopo la conversione dell’Europa al cristianesimo ci saranno cristiani poco “accorti” che continuarono ad esprimere giudizi misogini, come quelli di Celso e Porfirio, incapaci di cogliere la complementarietà tra uomo e donna prevista dal Creatore.

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Ma molto peggio accadrà nell’epoca del positivismo materialista e ateizzante dell’Ottocento, allorchè si assisterà alla diffusione da cattedre importantissime di tesi misogine presentate come verità scientifiche. Si pensi alla craniometria di Paul Broca, che facendo coincidere la superiorità intellettuale col volume cerebrale, identificava l’uomo bianco maschio come superiore, i vecchi, le donne e le altre razze come inferiori. Oppure a quanto scriveva Charles Darwin – oltre un secolo dopo che la Chiesa, con Benedetto XIV aveva favorito la presenza di professoresse donne all’Università (Laura Bassi, prima professoressa universitaria della storia, Maria Gaetana Agnesi…)esprimendo un pensiero diffuso nel mondo positivista di quegli anni: “Si crede generalmente che la donna superi l’uomo nell’imitazione, nel rapido apprendimento e forse nell’intuizione, ma almeno alcune di tali facoltà sono caratteristiche delle razze inferiori e quindi di un più basso e ormai tramontato grado di civiltà. La distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o semplicemente l’uso delle mani e dei sensi…In questo modo alla fine l’uomo è divenuto superiore alla donna26.

Si pensi, infine, all’opera di Cesare Lombroso, il celeberrimo “scienziato” socialista che nel suo “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, pubblicato nel 1893 con grande successo internazionale, spiegava che la donna è in tutto inferiore all’uomo, menzognera, stupida e cattiva, che “ha molti caratteri che l’ avvicinano al selvaggio, al fanciullo, e quindi al criminale: irosità, vendetta, gelosia, vanità”, e che “nella mente e nel corpo la donna è un uomo arrestato nel suo sviluppo”.

Tratto da: F.Agnoli, Indagine sul cristianesimo, cap. I cristiani e le donne, La Fontana di Siloe, Torino, 2014.

Vedi anche: https://www.storiaechiesa.it/contributo-dei-missionari-ai-diritti-umani-india/

Note:

1 Nelle culture germaniche al tempo delle invasioni barbariche alla donna, che non è “in grado di portare armi”, “viene riconosciuta una inferiorità cronica nei confronti dell’uomo. Nessuna donna può vivere nel regno longobardo da libera, senza essere cioè soggetta al mundio, che sia del marito o del padre o dei fratelli, o in caso estremo del re, né può vendere o donare beni senza il consenso del mundualdo (Rotari, cap.204)”. Eppure la “donna è temuta per la sua capacità di combattere con armi subdole (la malizia, il veleno) contro l’uomo…la donna è nelle leggi longobarde considerata più come oggetto di diritto che non come soggetto dello stesso: l’offesa recata ad una donna viene riparata in quanto recata ad un possesso dell’uomo” ( Storia d’Italia e d’Europa, Jaka Book, Milano, 1978, vol.I, p. 161).

2 Corrado Gnerre, La religiosità orientale, Il Minotauro, Roma, 2003.

3 Nel mondo islamico la donna soggiace alla poligamia, alla possibilità del marito di ripudiarla ripetendo tre volte la frase “sei ripudiata” dinnanzi a due testimoni maschi; può essere comperata, tanto che la dote può essere essenziale per la validità del matrimonio; non ha potestà genitoriale; la sua testimonianza in tribunale vale la metà di quella di un uomo e può essere picchiata dal marito secondo la sura delle donne IV, 34. In caso di adulterio la donna può essere lapidata, mentre l’uomo solitamente riceve cento frustate. Ciononostante non è così facile dire che l’Islam abbia peggiorato la sua condizione rispetto a quella precedente: Maometto infatti vieta la precedente “consuetudine araba di seppellire vive le neonate”, mentre lo storico romano pagano Ammiano Marcellino, parlandoci degli Arabi del IV secolo, cioè prima dell’avvento di Maometto, scrive: “Le mogli vengono prese per mercede con un contratto a tempo…” (Cento domande sull’Islam, intervista a Samir Khalil Samir, Marietti, Genova, p. 80-87, p. 4; Stefano Nitoglia, Islam, Effedieffe, Milano, 1994, pp. 35-52; Ammiano Marcellino, Storie, XIV, 4).

4 Sull’eguaglianza uomo-donna come novità del cristianesimo, scrive lo storico francese Jacques Le Goff: Tommaso d’Aquino “afferma, a grandi linee, che Dio ha creato Eva da una costola di Adamo e non l’ha creata dalla testa o dai piedi; se l’avesse creata dalla testa, ciò avrebbe voluto dire che Egli vedeva in lei una creatura superiore ad Adamo, al contrario, se l’avesse creata dai piedi, l’avrebbe considerata inferiore: la costola si trova a metà del corpo, e la scelta quindi stabilisce l’uguaglianza, nella volontà di Dio, di Adamo e di Eva. Io ritengo che l’idea che la donna sia uguale all’uomo abbia determinato la concezione cristiana della donna e abbia influenzato la visione e l’atteggiamento della Chiesa medievale nei suoi confronti” (Avvenire, 21/1/2007).

6 Sant’Agostino spiegava che “l’intervento dei genitori non è di diritto divino”, cioè non è necessario, come per gli antichi, e aggiungeva umoristicamente che “altrimenti Adamo avrebbe dovuto essere presentato a Eva da suo Padre”. In generale i cristiani del primi secoli attenuarono il più possibile “l’autorità esclusiva del padre, tendendo a far condividere al padre e alla madre la responsabilità del futuro matrimonio. Tertulliano insiste già sul consenso degli interessati. Tutti i Padri difendono il diritto della ragazza di scegliere la verginità. Questo, di rimando, valorizza la libera scelta dei giovani che abbracciano il matrimonio, sottolineando l’importanza del consenso mutuo. L’influenza della Chiesa riduce la pressione della famiglia patriarcale e favorisce gli aspetti più personali e le motivazioni più profonde. Agostino, pur non accelerando questa evoluzione, l’attesta a più riprese. Ambrogio si spinge più oltre e chiede all’interessato di manifestare le sue preferenze” (A. Hamman, La vita quotidiana nell’Africa di Agostino, Jaka Book, Milano, 1989, pp.72,73). E’ facile capire come questo processo sia stato lungo e accidentato: molti padri, soprattutto padri nobili, non accetteranno di buon grado di vedersi sottrarre il potere di decidere dei matrimoni dei figli, e in effetti non pochi continueranno nei secoli ad arrogarsi tale potere, nonostante gli ostacoli giuridici e rituali posti dalla Chiesa. Come sempre la dichiarazione di principio non è di per sè sufficiente, ma è comunque necessaria per permettere il graduale cambiamento di mentalità.

7 Le donne cristiane, invece, “si sposavano più tardi e avevano più scelta su chi sposare. Non è questione da poco se si pensa che le donne pagane erano spesso costrette a sposarsi e a consumare il matrimonio in età prepuberale” (11 o 12 anni), mentre la gran parte di quelle cristiane aspettavano anche i 18 anni ( R. Stark, Ascesa e affermazione del cristianesimo, Lindau, Torino, 2007, cap. 5).

8 Francesco Agnoli, Marco Luscia, Chiesa, sesso e morale, Sugarco, Milano. Ecco anche il parere del già citato Le Goff: “Credo che tale rispetto della donna sia una delle grandi innovazioni del cristianesimo; pensiamo alla riflessione che la Chiesa ha condotto sulla coppia e sul matrimonio, fino a giungere alla creazione di tale istituzione, ora tipicamente cristiana, formalizzata dal quarto concilio Lateranense nel 1215, che ne fa un atto pubblico (da cui la pubblicazione dei bandi) e, cosa fondamentale, un atto che non può realizzarsi se non con il pieno accordo dei due adulti coinvolti. Ciò che mi pare rilevante nelle disposizioni del concilio Lateranense è il fatto che il matrimonio diventa impossibile senza l’accordo dello sposo e della sposa, dell’uomo e della donna: la donna non può essere data in matrimonio senza il suo consenso, essa deve dire sì”; e la Chiesa farà tutto il possibile per controllare che il sì non sia imposto da altri, attraverso le cosiddette pubblicazioni, il ricorso ai testimoni, l’interrogatorio, preventivo, e al momento del consenso definitivo.

9 Storia delle donne, a cura di Georges Duby e Michelle Perrot, vol.I, Laterza, Bari, 1993, p.349, 342.

10 M. Pelaja, L. Scaraffia, Due in una carne, Laterza, Bari, 2008, p. 15.

11 M. Pelaja, L. Scaraffia, op. cit., p. 17.Vedi: La donna nel mondo germanico, scandinavo… e Gesù con l’adultera.

12 Storia delle donne, op. cit., vol I, p. 346, 348. Analoga la soluzione adottata non di rado dagli Ebrei: “dal Talmud sappiamo che gli Ebrei poligami procreavano con la prima sposa e facevano prendere la pozione (abortiva, con grandi rischi anche per la vita della donna, ndr) alla seconda, che era fatta per il ‘piacere’” (p. 349).

13 Avvenire, 21/1/2007.

14Elisabetta Sala, L’ira del re è morte, Ares, Milano, 2008.

15 Enciclopedia Treccani, voce “morte”.

16 Corriere della sera, 20/8/2007. Il Corriere dello stesso giorno riporta anche questa notizia: “Film denuncia, set bruciato. Il dramma delle vedove indiane è stato portato sul grande schermo da Deepa Metha. In Water (candidato all’ Oscar nel 2006) la protagonista, Chuyia, è una baby-sposa di 8 anni senza più marito che viene costretta, come prescrivono i rituali indù, a lasciare la famiglia per essere rinchiusa in una «Casa delle vedove». Ambientato dell’ India nel 1938, il film è stato osteggiato dalle autorità bengalesi e preso di mira dai fondamentalisti indù che distrussero il set e minacciarono di morte la Metha e le attrici. Il governo interruppe la produzione per questioni di pubblica sicurezza e dopo 4 anni le riprese ripartirono in Sri Lanka segretamente”.

17 “Dal punto di vista storico, la pratica della mutilazione genitale è molto antica. Non esistono, infatti, spiegazioni precise circa la sua comparsa. Secondo alcuni, essa è nata in un determinato paese e poi si è diffusa in altri; secondo altri, è nata contemporaneamente in molti paesi dei nostro piccolo pianeta. Sulla base di dati documentari certi, da cui possiamo permetterci di fare rilievi epidemiologici, è probabile che la circoncisione femminile sia presente, insieme a quella maschile, in alcuni rilievi delle tombe egizie della VI dinastia (intorno al 2340 a.C.). La più antica fonte conosciuta, che registra la pratica della circoncisione, è Erodoto, vissuto nel V secolo a. C. Egli afferma che l’escissione era praticata dai Fenici, dagli Hittiti, dagli Etiopi e anche dagli Egiziani. Anche Strabone, Aetius e Soramus sostengono che, a Roma e ad Atene, la pratica era frequente ed aveva lo scopo di far diminuire il desiderio sessuale femminile. Inoltre, alcuni archeologi asseriscono che le buone condizioni di conservazione delle mummie egiziane testimoniano l’usanza della clitoridectomia, cioè dell’escissione della clitoride femminile. Tutto ciò è interessante perché in paesi attualmente islamici, come la Repubblica Islamica dell’Iran, questa pratica è assolutamente sconosciuta. L’infibulazione è, infatti, legata a culture tribali precedenti l’islamizzazione dell’Africa e dei paesi arabi. Essa si è conservata grazie alla capacità dell’islam di acculturarsi alle culture tribali. Per questo motivo, nel 1926 ci furono episodi di ribellione da parte delle donne del Corno d’Africa nei confronti dei missionari cristiani che volevano estirpare questa pratica..” (Aldo Morrone, http://crs.ifo.it/ISG/Migrazioni/pubblicazioni/MutilazioneGenitale.htm). Al riguardo abbiamo il caso recente di una missionaria cristiana laica, Analena Tonelli, uccisa forse proprio per la sua battaglia contro le mutilazioni genitali femminili: “La mia amica italiana Annalena Tonelli è stata uccisa dai fondamentalisti: la odiavano per la sua campagna contro la mutilazione genitale femminile, l’ infibulazione”. L’ imam Mohammed Said Sawer parla dell’ omicidio della missionaria laica assassinata il 6 ottobre scorso, nell’ autoproclamata Repubblica del Somaliland: «Lottavamo insieme. Io ho perso 4 figli al momento del parto, perché mia moglie è infibulata e così ho detto basta». Cinque le persone arrestate per l’ omicidio: sarebbero collegati ad Al Qaeda” (Corriere, 1/4/2004).

18 Gianpaolo Romanato, L’Africa nera tra Cristianesimo e Islam, Corbaccio, Milano, 2003: in questo libro vi è una ricostruzione storica interessantissima delle prime missioni cattoliche in Africa e del lavoro di Comboni.

19 Nigrizia, n.5, 1998. Il movimento di liberazione di queste ragazze è incominciato solo negli anni ottanta del Novecento, ad opera del pastore cristiano batista ghaneano Mark Wisdom. Vedi anche Mauro Burzio, “Viaggio tra gli dei africani”, Mondadori, Milano, capitolo ititolato: “Troxosi. Le schiave del dio del fiume”: “Le spose del dio, senza alcuna retribuzione, ‘devono svolgere tutti i lavori domestici, lavorare nei campi e soddisfare i desideri sessuali dei sacerdoti…Nessuna delle Troxosi (le bimbe regalate ai sacerdoti del dio Tro, ndr) ha il diritto di decidere quale dei sacerdoti e quando può avere rapporti sessuali con lei, poiché parte della riparazione (delle presunte colpe dei familiari, ndr) consiste nel gratificare sessualmente coloro che servono il dio…’ ” (la citazione di Burzio è da un documento ufficiale dei sacerdoti di Tro, i quali, continua Burzio, si “oppongono all’abolizione di questa pratica, una misura che essi ritengono a favore della dominazione culturale neocoloniale e delle Chiese protestanti in cerca di anime africane da conquistare”).

20 Storia delle donne, op. cit., p.346.

21 M. Pelaja, L. Scaraffia, Due in una carne, op. cit., p. 180-185.

22La storia di don Oreste Benzi è una delle tante storie di cui l’esistenza della Chiesa è immensamente ricca. Eccone un breve ritratto comparso su un quotidiano laico: “Don Benzi era nato il 7 settembre 1925 a San Clemente, un paesino nell’entroterra collinare romagnolo a 20 chilometri da Rimini, da una famiglia di operai, settimo di nove figli. A 12 anni entrò in seminario a Rimini e venne ordinato sacerdote il 29 giugno 1949. Iniziò quindi la sua attività a Rimini, prima come cappellano a San Nicolò e quindi come insegnante in varie scuole della città malatestiana e assistente della Gioventù cattolica…Sempre vicino ai giovani, nel 1968 con un gruppo di volontari e con alcuni sacerdoti fondò l’Associazione papa Giovanni XXIII. Associazione che ormai opera in tutto il mondo e che da quasi 40 anni è impegnata nella “rimozione delle cause che creano ingiustizie”: si occupa di minori e di maternità difficile, della tratta internazionale delle prostitute, dell’educazione dei giovani, dell’accoglienza agli adulti, di tossicodipendenza e detenuti. Insomma, degli “ultimi”, di quelli che vivono ai margini della società e che quasi sempre non hanno voce. Nel 1989, dopo un incontro con una prostituta alla stazione di Rimini, don Benzi decise di fare qualcosa contro l’orrore della prostituzione e lo stato di oppressione e schiavitù che la prostituzione comporta. A Rimini la sera le strade si popolavano di ragazze straniere sotto lo sguardo indifferente di tutti. Don Oreste e i suoi collaboratori della comunità Giovanni XXIII cominciarono allora ogni sera a scendere in strada, a incontrare le ragazze costrette a vendere il loro corpo, ad ascoltare tra le lacrime le loro storie fatte di violenza, di costrizione, di minacce continue. Partendo da un principio fondamentale (nessuna donna nasce prostituta, ma c’è sempre qualcuno che vuole farcela diventare) cominciò allora a denunciare pubblicamente la tratta di queste nuove schiave, andando in tribunale a testimoniare come persona informata dei fatti contro 17 criminali sotto processo per il reato di induzione in schiavitù. Da quel momento, vincendo la paura e la titubanza delle ragazze costrette a prostituirsi, cominciò ad accoglierle e proteggerle nella casa-famiglia dell’associazione. Si calcola che in poco più di 15 anni, don Benzi e i volontari dell’associazione – che dal 1990 a oggi hanno creato “unità di strada” in 13 diverse regioni italiane – abbiano accolto e liberato dalla schiavitù della prostituzione circa seimila ragazze. In quaranta anni il cammino “a fianco degli ultimi” della comunità papa Giovanni XXIII ha dato vita a 200 case-famiglia, famiglie aperte “disponibili ad accogliere non solo i propri figli naturali ma anche quelli da rigenerare nell’amore”, sei case di preghiera, sette case di fraternità, 15 cooperative sociali in cui vengono inserite persone svantaggiate, sei Centri diurni per valorizzare le capacità di persone con handicap gravi, 32 comunità terapeutiche, la capanna di Betlemme per l’accoglienza ai poveri. L’impegno della comunità fondata dal sacerdote scomparso prevede varie forme di condivisione con minori e giovani in condizioni di disagio, persone con handicap, detenuti, nomadi, tossicodipendenti, etilisti, senza fissa dimora, immigrati, anziani, malati di Aids, madri in difficoltà, donne costrette a prostituirsi” (Repubblica, 2/11/2007).

23 Storia delle donne, op. cit., vol I, p.365 e 324.

24 Régine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Rizzoli, Milano, 1986, p. 18.

25 Frammento 58 Harnack, Macario Magnete III, 5.

26 C. Darwin, L’origine dell’uomo, Newton, Roma, 1994, p.936.